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Patristica e poesia: Ambrogio e Gregorio di Nazianzo

Questo lavoro è il risultato di una ricerca condotta, sotto la direzione di chi scrive, da un gruppo di studenti nel contesto di una problematica più ampia, riguardante l’attività poetica nei primi secoli dell’era cristiana, ossia in quel periodo denominato solitamente età patristica. Con tale concetto si intende il periodo storico caratterizzato dalla presenza e dall’attività dei Padri della Chiesa, che convenzionalmente si estende dal secolo II al secolo VII – ossia da Tertulliano (ca. 155-dopo il 220?) a Gregorio Magno (540-604) – per la patristica latina, mentre per quella greca si giunge, con Giovanni Damasceno (ca. 650-ca. 750), fino al secolo VIII.

Convenzionale è pure, in fin dei conti, anche la definizione di Padre della Chiesa, nonostante la storiografia abbia cercato di fissare un insieme di caratteristiche utili a distinguere questa figura da altre, quale ad esempio quella di Dottore della Chiesa, nei fatti assai simile e perciò facilmente sovrapponibile. In generale, e senza alcuna ambizione di esaustività, un Padre della Chiesa è una personalità appartenuta all’istituzione ecclesiastica che in essa si è illustrato per autorevolezza dottrinale, per esempio di vita nella fede, per certa ortodossia – naturalmente tenendo conto del momento storico in cui ha operato, atteso che la determinazione del dogma cristiano è stata anch’essa soggetta a una lunga fase di sviluppo – oltre che per antichità cronologica. Tutto ciò fa di un Padre un punto di riferimento costante per i cristiani di tutti i tempi. Si può inoltre proporre un’ulteriore distinzione, del resto sopra già accennata, tra i Padri latini e i Padri greci. Essa riposa essenzialmente sulla lingua impiegata dallo scrittore nella stesura delle sue opere, mentre non ha specifico rilievo né il luogo di nascita, né quello di residenza, per quanto sia vero che con i decenni finali del secolo IV la conoscenza sempre meno diffusa del greco in Occidente – è noto che Agostino non era in grado di comprendere un testo in questa lingua senza la traduzione latina a fronte – finì col fare pesare su tale distinzione pure i due parametri su indicati. D’altra parte, l’utilizzo di una lingua non è un fatto solamente tecnico o pratico: esso comporta infatti l’impiego delle categorie culturali a questa soggiacenti e dunque un certo tipo di approccio con la cultura generale del contesto linguistico, come è evidente, per fare qualche esempio, dal differente rapporto che i Padri greci e latini ebbero con la cultura classica pagana, dalla diversa loro impostazione delle problematiche teologiche, dai diversi significati che attribuirono ai termini, tutti aspetti che saranno tra le principali cause di quella incomprensione reciproca la quale allontanerà irreparabilmente l’Occidente dall’Oriente cristiano già nel corso del secolo IV. Alla luce di quanto detto Ambrogio rientra, perciò, nell’ambito della patristica latina, Gregorio di Nazianzo in quella greca, benché il primo possedesse una ottima conoscenza della lingua greca e abbia perciò impiegato largamente, nella stesura delle sue opere, testi provenienti da quest’area, subendo dapprima l’influenza del filosofo ebreo Filone di Alessandria, quindi quella di Origene. In questa sede, tuttavia, non ci occuperemo della teologia di questi due autori se non limitatamente a quanto traspare dalla loro scrittura poetica, elemento che li accomuna e sul quale dunque si concentrerà la nostra attenzione.

Ambrogio di Milano

       Alessandro Balconi, Niccolò Porchera

Ambrogio nasce a Treviri, figlio di Ambrogio, appartenente alla gens Aurelia, tra il 337 e il 339 d.C. Di famiglia aristocratica cristiana, il padre muore prematuramente e Ambrogio si trasferisce a Roma (prima del 353) dove si avvia la sua solida formazione culturale, basata innanzi tutto sullo studio della letteratura classica in lingua greca e latina. Dal 368 studia diritto e retorica presso la prefettura di Sirmio, quindi viene nominato nel 370 consularis Liguriae et Aemiliae avviando in tale modo la sua carriera nell’amministrazione imperiale. Essendo la sede del suo incarico collocata a Milano, tra il 373 e il 374, dopo la morte del vescovo Aussenzio (di confessione religiosa ariana o, ancor meglio anomea), Ambrogio, allora semplice catecumeno, viene battezzato e acclamato vescovo per la sua abilità nel sedare i contrasti tra cristiani e ariani riguardo all’elezione del nuovo presule. Consapevole di doversi dotare di un’adeguata preparazione teologica, studia i padri greci, la Bibbia e gli scrittori non cristiani sotto la guida del prete Simpliciano, in seguito suo successore sulla cattedra milanese. Tra il 376 e il 377 si impegna personalmente per combattere l’arianesimo, in particolare polemizzando con Giuliano Valente, un prete ariano. Nel 378 Ambrogio avvia i primi contatti con l’imperatore Graziano, con cui definisce una politica anti-ariana e anti-eretica. In suo onore scrive il De Noe, nel quale lo paragona al patriarca, mentre nel 380 compone il De fide, opera a scopo didattico rivolta direttamente all’imperatore. Il suo impegno contro l’arianesimo trova il suo momento più alto nella partecipazione ai concili di Aquileia e Roma (381-382), parallelamente alla polemica con il grande intellettuale e uomo politico pagano Simmaco attorno alla ricollocazione dell’ara della Vittoria nel Senato romano, che Ambrogio riuscì a impedire. Nel 383 Graziano viene ucciso dall’usurpatore Massimo e si arresta la sua politica anti-pagana. Col giovane imperatore Valentiniano II e soprattutto con la sua madre Giustina, fautrice dell’arianesimo, Ambrogio entra in urto: è in tale occasione che, nel 386, ‘nasce’ il canto ambrosiano in seguito alla tentata occupazione imperiale della basilica Porziana per trasferirla al culto ariano, fallita proprio per l’opposizione del vescovo e del popolo milanese. Il conseguente peggioramento dei rapporti con Valentiniano II, imperatore d’Occidente, e quelli mai buoni con Massimo portano Ambrogio a dedicarsi soprattutto all’attività pastorale, ma, alla morte di Massimo, si riconcilia con Valentiniano II. Complessi sono invece le relazioni con l’imperatore d’Oriente Teodosio I, col quale spesso è in contrasto: riesce però ad impedire la ricostruzione di una sinagoga a Callinico, ordinata da Teodosio dopo che i fedeli della città, guidati dal vescovo, l’avevano distrutta. Nel 390 Teodosio ordina l’eccidio di Tessalonica, nonostante i vari interventi di Ambrogio. Egli invita allora pubblicamente alla penitenza l’imperatore, rifiutandosi di riceverlo in chiesa, e questi lo esaudisce nel Natale di quell’anno. Nel 392 Ambrogio rivolge la sua attenzione allo scisma di Antiochia, sede patriarcale contesa tra due candidati, senza riuscire a risolvere la questione. Muore Valentiniano II in seguito ad un colpo di Stato ma Ambrogio rifiuta il suo appoggio agli usurpatori, poi sconfitti da Teodosio che ristabilisce così, per l’ultima volta, l’unità tra le due parti dell’impero romano. Nel 395 il grande sovrano, con il quale Ambrogio aveva riallacciato i rapporti, muore: per le sue deboli relazioni con Stilicone, potente generale e consigliere imperiale, Ambrogio vede ridotta la sua influenza politica e si dedica perciò soprattutto alla vita spirituale. Nel 397 il grande vescovo muore a sua volta a Milano.

Gli scritti di Ambrogio

       Alessandro Balconi, Niccolò Porchera

Solitamente vengono ripartiti in cinque gruppi: Scritti esegetici • Hexaemeron: commento dei sei giorni della creazione; • De Paradiso: commento dei capitoli della Genesi relativi al Paradiso terrestre e al peccato originale; • De Cain et Abel: commento dell’episodio di Caino e Abele; • De Noe: commento dell’episodio del diluvio; • De Abraham: due libri (uno rivolto ai catecumeni, l’altro ai battezzati) consistenti in un commento della vicenda di Abramo; • De Isaac et anima: trattato sull’anima con pochi riferimenti ad Isacco; • De bono mortis: collegato al precedente, dimostra che la morte è un bene; • De fuga saeculi: discorso esegetico-morale sulla vanità del mondo e sulla necessità di fuggire da esso; • De Jacob et vita beata: mostra la differenza tra felicità vera e felicità terrena, con pochi riferimenti a Giacobbe; • De Joseph: presenta Giuseppe come esempio dell’universalità salvifica di Cristo; • De patriarchis: prosegue il commento del De Joseph relativamente alla Genesi; • De Helia et ieiunio: si rifà alle tre omelie di Basilio di Cesarea, uno dei tre Padri Cappadoci con cui Ambrogio fu in stretto contatto, su digiuno, ubriachezza e battesimo; • De Nabuthae historia: storia di Naboth, povero israelita sopraffatto dal re Achab in un episodio biblico; • De Tobia: invettiva contro i ricchi, in particolare avari ed usurai; • De interpellatione Job et David: narrando le sventure di Giobbe e Davide, sottolinea la fragilità della condizione umana e della felicità dei malvagi; • De apologia prophetae David: attraverso i peccati e la penitenza di re Davide, vengono sottolineate la capacità di delitto dei sovrani e la grandezza del perdono divino; • Enarrationes in XII Psalmos davidicos: opera incompiuta di commento ad alcuni salmi; • Expositio psalmo CXVIII: omelia di commento all’elogio della Legge presentata nel salmo 118; • Expositio evangelii secundum Lucam: interpretazione del vangelo di Luca; • Expositio Isaiae prophetae: opera andata perduta. Scritti morali ed ascetici • De officiis ministeriorum: si occupa di definire i temi ciceroniani di onesto e utile e traccia un modello del ‘ministro cristiano’; • De virginibus: trattato sul tema della verginità cristiana con un giudizio positivo sul matrimonio; • De viduis: non proibisce le seconde nozze delle vedove; • De virginitate: riafferma il valore della verginità espresso nel De virginibus; • De istitutione virginis: viene confutata la tesi di Bonosio di Sardica sulla verginità della Madonna dopo il parto; • Exhortatio virginitatis: ultima opera di elogio della verginità. Scritti dogmatici • De fide ad Gratianum: opera didattica sulla fede indirizzata all’imperatore Graziano; • De Spirito Sancto: dimostra la divinità dello Spirito Santo e chiarisce il posto che occupa nella Trinità; • De incarnationis dominicae sacramento: risponde alla domanda di Graziano circa la natura di Padre e Figlio; • Explanatio symboli ad initiandos; • Expositio fidei; • De mysteris: parla di battesimo ed eucarestia; • De sacramentis: tratta lo stesso tema del De mysteris; • De paenitentia: tratta della disciplina penitenziale; • De sacramenta regenerationis sive de philosophia: opera andata perduta. Discorsi • De excessu fratris: opera che manifesta l’abilità retorica di Ambrogio, è dedicata alla celebrazione del fratello Satiro dopo la sua morte; • De obitu Valentiniani: orazione funebre per Valentiniano; • De obitu Theodosii: orazione funebre per Teodosio; • Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis: discorso che esprime il rifiuto di Ambrogio nei confronti della richiesta di Valentiniano II di consegnare una chiesa agli ariani. Lettere e inni • L’epistolario di Ambrogio comprende 91 lettere, cui si aggiungono vari inni, quattro dei quali certamente autentici.

Gli Inni

       Roberto Bellini

Ambrogio li compose non per scopi letterari ma liturgici, a loro volta collegati alla questione delle basiliche. Nel 386, infatti, l’imperatore Valentiniano II, sobillato dalla madre Giustina e dal ‘vescovo’ ariano Mercurino Aussenzio – da non confondersi ovviamente col predecessore di Ambrogio – richiese al vescovo di Milano la consegna della basilica Porziana, ed in seguito anche della basilica Nova, per adibirle al culto ariano. Ambrogio ci offre un resoconto della vicenda nella lettera 76, inviata alla sorella Marcellina, monaca a Roma, nonché nel Sermo contra Auxentium (lettera 75a nella più recente edizione delle lettere del santo): da queste due fonti si evince che la sua decisione di opporsi alla richiesta imperiale è dovuta non soltanto a motivi teologici, ossia alla confessione eretica cui Giustina e Aussenzio aderivano, ma anche a ragioni per così dire politiche. Secondo Ambrogio, infatti, l’imperatore ha certamente un ruolo importante da giocare nell’ambito della Chiesa, tuttavia non può porsi al di sopra dei principi della fede ma è suo dovere conformare la sua azione ad essi. Perciò il vescovo conserva sempre intatta la libertas dicendi nei confronti dell’autorità pubblica affinché essa sia richiamata, se necessario, ai suoi obblighi: lo stesso imperatore, in tale caso, deve ascoltare il richiamo del vescovo quale figlio devoto della Chiesa, in particolare laddove la fede sia minacciata, senza che ciò per altro configuri alcun genere di potestà teocratica della gerarchia ecclesiastica nell’ordine politico. Secondo il racconto che della vicenda ci trasmette Agostino nelle Confessiones (libro IX, capitolo VII), i fedeli si radunarono sotto la guida di Ambrogio e dei sacerdoti cattolici nelle due chiese per evitare il loro trasferimento al culto ariano e qui, per rianimarli, si introdusse l’uso orientale di cantare assieme salmi e inni, pratica da allora divenuta permanente nella Chiesa di Milano. In realtà, come è stato autorevolmente rilevato, Agostino non trasmette un ricordo personale dell’episodio, pertanto si deve ritenere che questa prassi liturgica fosse già presente nella Chiesa milanese e che Ambrogio l’abbia solamente resa evidente a tutta la Chiesa occidentale in occasione di quelle drammatiche vicende. I suoi inni, perciò, nascerebbero su modelli antecedenti e secondo scadenze liturgiche precise, esattamente quattro, ossia quanti sono gli inni certamente riconducibili al santo vescovo, benché in seguito gliene siano stati attribuiti altri giungendo ad un totale tra i tredici e i diciotto. Qui prenderemo in considerazione i quattro inni sicuramente ambrosiani (inni 1 e 2-5 nell’edizione attuale). Di seguito se ne propone un’analisi contenutistica: per il testo impiegato, si rinvia alla nota bibliografica posta a conclusione del presente lavoro.

      Loris Barillari, Riccardo Vailati, Marta Villa

Inno 1 Aeterne rerum conditor – al canto del gallo.

L’inno è incentrato sull’esaltazione di Dio e del ruolo salvifico del canto del gallo interpretato in chiave allegorica. La prima strofa è un ringraziamento all’aeterne rerum conditor, che ha concesso all’uomo l’alternarsi della luce e delle tenebre e lo scorrere del tempo, la cui azione «regola il giorno e la notte» (r. 2). Nelle successive cinque strofe si riprende la descrizione del canto del gallo, «araldo del giorno» (r. 5), la cui voce, che annuncia il sorgere del sole, viene paragonata all’annuncio della salvezza e quindi a un incitamento al risveglio spirituale. In questo modo l’episodio del gallo nel vangelo acquista un nuovo significato, infatti purifica il peccato di Pietro, che aveva appena rinnegato per tre volte il suo maestro: «colui che è Pietra della Chiesa» attraverso il canto «deterse il suo peccato» (r. 15-16). Quindi il gallo raffigura la coscienza, che richiama alla purezza e alla bontà, e annuncia l’arrivo della luce divina. La luce del nuovo giorno infatti, oltre ad allontanare la sonnolenza dall’anima, con il suo splendore celebra il primo canto della giornata, ne sottolinea la maestosità e lo ispira, quasi come se cantasse a sua volta.

Inno 3 Iam surgit hora tertia – all’ora terza.

Il canto fa riferimento al tema della simbolica morte terrena di Cristo. Questo inno celebra l’ora del giorno in cui Cristo è stato crocifisso, che viene presentata come quella che «termine pose al lungo torpore dell’orrido crimine» (r. 9-10). Da questo deriva una serie di considerazioni e riferimenti sul significato soteriologico della morte di Gesù. Infatti la sua crocifissione ha dato il via ad una nuova era di felicità e salvezza e ha portato la fede nel mondo, che è la condizione necessaria e sufficiente  per il raggiungimento della vita eterna. Ai piedi della croce viene rappresentata Maria, eletta attraverso il discorso di Cristo Madre di tutti i credenti, sottolineando la sua purezza e il suo onore di vergine. Viene in seguito ribadita la necessità di accettare Cristo nel proprio cuore, quindi avere fede e riuscire ad entrare in una condizione di redenzione e purificazione: infatti «chi avrà creduto sarà salvo» (r. 28).

Inno 4 Deus creator omnium – nell’ora dell’accensione.

L’inno esalta il ruolo di Dio come salvatore. Questo inno, cantato al vespro, cioè quando le lampade e le torce venivano accese per fare luce durante la notte, ha lo scopo di ribadire l’importanza della fede per superare i periodi più oscuri. La notte, infatti, a differenza che nel primo canto, viene vista come un periodo di smarrimento, paura, e angoscia, che però la luce del divino può trasformare in un’occasione «perché il riposo le membra ridoni, riconfortate, all’usata fatica» (r. 5-6). L’opera salvifica di Dio permette, attraverso la fede, di acquietare anche le nostre angosce interiori e di non cedere all’influsso malefico del Nemico, cioè del diavolo, e quindi diventa anche il momento della giornata in cui, pregando o dormendo, si rinfranca l’animo e la fede.

Inno 5 Intende qui regis Israel – per il Natale del Signore.

Il quinto canto celebra, in occasione del Natale, il sacro mistero dell’incarnazione. Questo avvenimento è considerato come la risposta alle invocazioni di Israele, cioè dell’umanità intera, bisognosa di riscatto. Vengono quindi ribaditi tutti i misteri legati all’incarnazione, come la natura del Messia, sia umana che divina, la verginità della Madre e l’ascesa al cielo. Inoltre si accenna alla missione salvifica del Messia, che, passando per la nostra dimensione terrestre – «il Verbo di Dio si è fatto carne, fiorito a noi come frutto di un grembo» (r. 11-12) – scende agli inferi, risorge «e riguadagna la sede di Dio» (r. 24), quindi torna alla destra del Padre aprendo le porte del Paradiso. Il componimento si conclude con l’immagine del presepe che, rifulgendo della luce della fede, rischiara le tenebre della notte.

Gregorio di Nazianzo

         Francesco Maiolani

Gregorio nacque nel 330 ad Arianzo, nelle vicinanze della città di Nazianzo, della quale suo padre era vescovo, da una famiglia di origini cristiane. Sua madre Nonna ebbe un ruolo decisivo nella conversione del marito, nel 325, e nella prima educazione del figlio. Formatosi alla scuola di retorica di Cesarea in Cappadocia vi conobbe Basilio, grande asceta e poi vescovo della città, proseguendo in seguito i suoi studi a Cesarea di Palestina e ad Alessandria d’Egitto. Nel 357 si recò ad Atene con l’amico Basilio lasciando la città poco dopo lui nel 357 e, dopo essere tornato nel luogo di nascita e aver compiuto un lungo viaggio tra il 358 e il 359 a Basilea, nel 362 accettò, su pressione del padre, il sacerdozio, sebbene preferisse una vita isolata e solitaria. Fuggì pertanto presso un suo amico nel Ponto e ivi acquisì una responsabilità più profonda del suo impegno sacerdotale, che da quel momento in poi accettò. Nel 372 Gregorio venne nominato dall’amico Basilio, nonostante le sue reticenze, presule delle borgate di Sasina ma non vi soggiornò mai, continuando a rimanere a Nazianzo: qui nel 374 morì il padre e Gregorio assunse perciò la guida della diocesi. Morta anche la madre, nel 375 si ritirò a Seleucia in Isauria  per trascorrere una vita di ritiro e contemplazione. Nel 379, però, aiutò la comunità nicena di Costantinopoli a riorganizzare la Chiesa, all’epoca profondamente influenzata dalla dottrina ariana: Gregorio impiegò due anni a svolgere questo compito, durante i quali tenne anche i celebri Cinque discorsi sulla divinità del Logos. Quando Teodosio I divenne imperatore ed entro a Costantinopoli il 24 dicembre 380, i cattolici recuperarono il controllo della Chiesa e Gregorio si insediò al vertice di essa quale nuovo vescovo, una carica sanzionata nel 381 durante il secondo concilio ecumenico convocato da Teodosio a Costantinopoli. Ma, per le contestazioni dei vescovi d’Egitto e Macedonia, Gregorio decise di abbandonare dopo pochi giorni il titolo e tornò così a Nazianzo, occupandosi della diocesi fino a quando, nel 384, venne definitivamente consacrato a vescovo della città il suo amico Eulalio. Da quel momento Gregorio poté così  trascorre gli ultimi anni ad Arianzo, dedicandosi alla scrittura di varie opere fino alla morte, avvenuta nel 390 per malattia.

Gli scritti di Gregorio

         Francesco Maiolani

Gregorio non compose alcun commento biblico o trattato dogmatico, ma solo discorsi, poemi e lettere. É il solo poeta tra tutti i teologi greci del IV secolo. Le sue opere più famose sono i 45 Discorsi, raccolti dopo la sua morte e che si concentrano negli anni dal 379 al 381: essi utilizzano uno stile asiano e vennero impiegati successivamente come base per alcuni inni e poemi ecclesiastici. Distinguiamo: • cinque discorsi teologici (scritti a Costantinopoli  nel 380) che difendono la fede nicena da alcune dottrine, come quella degli eunomiani e macedoniani. Trattano alcuni problemi dottrinali, come la natura di Dio e l’unità delle tre persone divine, mentre gli ultimi due contestano ariani e macedoniani in alcun punti delle loro dottrine; • i discorsi Sull’ordine e insediamento dei vescovi e Sulla moderazione e lo scopo da raggiungere nelle controversie criticano le passioni dei costantinopolitani per le controversie e le argomentazioni dogmatiche; • il gruppo ‘apologetico’ comprende due invettive contro Giuliano l’apostata, fortemente criticato dall’autore; • il gruppo ‘panegirico’ e ‘agiografico’ include molti discorsi dogmatici. Sono perlopiù orazioni liturgiche e funebri; •   i discorsi di circostanza, come l’Apologeticus de fuga, nel quale descrive e giustifica la sua fuga dalla responsabilità del ministero sacerdotale. Gregorio fu il primo autore greco a pubblicare una collezione di Lettere, che si caratterizzano per quattro principi cardine: brevità, chiarezza, grazia e semplicità. Sono scritti molto accurati, corti ed incisivi, spesso con toni ironici. Si tratta in totale di 244 testi (composti tra il 383 e il 389) di valore autobiografico e solo alcuni di carattere teologico. Scritte nell’ultima parte della sua vita, ad Arianzo, le Poesie sono circa 400. Molte di queste sono solo prose versificate mentre altre non sono esattamente il frutto di un vero sentimento poetico. All’interno di esse distinguiamo: • 38 poemi dogmatici. Trattano il problema della trinità, la creazione, la provvidenza divina, i miracoli, le parabole e i libri canonici delle Bibbia; • 40 poemi morali; • 206 poemi storici e autobiografici. Il più lungo è il De vita sua con 1949 trimetri giambici, è anche la fonte primaria di dati sulla sua vita ed i suoi viaggi. Altri suoi scritti invece trattano dei suoi sentimenti più intimi; • epitaffi, massime epigrammatiche e aforismi, anche se non sembra siano tutti autentici. Le ragioni che spinsero Gregorio a utilizzare la poesia sono due: perché il cristianesimo ha raggiunto ormai per lui una dignità quanto meno pari al paganesimo e perché i pagani usano lo stesso metodo per divulgare il proprio pensiero.

Le poesie

       Roberto Bellini

Le poesie propriamente tali consistono in 94 composizioni, cui se ne possono aggiungere altre due, per un totale di 17.500 versi, divise in due libri e stese quasi tutte negli ultimi anni della vita di Gregorio. Circa le ragioni che lo spinsero a questa impresa, oltre a quanto detto sopra, Gregorio adduce l’intenzione di fare penitenza – perché comporre versi è molto più difficile che scrivere in prosa – dare sfogo all’animo e offrire motivi di distrazione ai giovani: si tratta di motivi e aspetti molteplici e tra loro diversificati ma indissolubilmente mescolati tra loro poiché sorgono dalla complessa personalità di Gregorio, ora malinconica e sconfortata, ora esaltata, ora pessimista verso il presente, ora rasserenata nell’orientarsi verso Dio, nel quale la vita dell’uomo avrà una gioiosa conclusione. Il maggiore rilievo dei temi dogmatici ci fa comprendere che Gregorio non è certo un grande poeta ma soprattutto un teologo e a tale scopo piega interamente i suoi versi. Dei componimenti poetici di Gregorio ne consideriamo cinque, tratti da entrambi i libri nei quali li si ripartisce. All’analisi del contenuto si affianca, talvolta, la trascrizione del passo del testo, per una sua migliore intelligenza. Per la traduzione impiegata, si rinvia alla nota bibliografica posta a conclusione del presente lavoro.

     Vincenzo Alba, Alessandro Carlini, Stefano Casale-Rossi

Poema 1.1.34 - Rendimento di Grazie

L’inno, come suggerisce il titolo è un rendimento di grazie a Dio, di fronte al quale l’uomo è indegno e si rivolge con sottomissione. É possibile riconoscere una struttura gerarchica che definisce tutto il mondo ultraterreno: partendo da Dio onnipotente si passa all’esercito angelico, alle moltitudini primigenie, al coro degli astri fino agli spiriti degli uomini divini e le anime dei giusti (r. 3-10: «Attorno al tuo Trono si stringono puri cantori di inni, miriadi di qua, e di là ancora miriadi, il fiammeggiante coro dell’esercito angelico, le moltitudini primigenie, immortali fin dall’inizio, e il coro degli astri risplendenti; gli spiriti degli uomini divini e le anime dei giusti, tutti insieme radunati e stretti intorno al tuo Trono»). Si incontrano anche riferimenti alla filosofia pagana, che aveva caratterizzato gli ultimi secoli: «Non spogliarmi del tuo spirito» (r. 21-22) può rimandare alla concezione aristotelica della forma immanente. Infine, ritroviamo una delle visioni principali del pensiero di Gregorio: la malignità e la negatività della realtà materiale contro la perfezione della vita ultraterrena al cospetto di Dio, forse con una influenza della corrente neoplatonica. Sotto questo punto di vista perfino la morte assume una connotazione positiva e liberatrice («una santa morte», r. 26).

Poema 1.2.18 - Della vita umana

In questo inno viene di nuovo trattato il tema della visione negativa della realtà materiale, richiamando il ruolo salvifico di Cristo, l’unico in grado di vincere la morte e trasportare le anime in una dimensione non materiale (r. 11-12: « …finché il Verbo del Creatore non riunisce di nuovo gli sparsi elementi, vincendo la morte dissolvitrice»)

Poema 1.2.19 - Sul medesimo argomento

Come esplica il titolo, l’inno ancora una volta tratta la malvagità della materia e di tutto ciò che a essa è legata. La vita terrena, infatti, è vista come una «ruota instabilmente fissa» (r. 1): come la ruota pur girando rimane ferma sul suo asse, così la vita è scossa dal divenire ma rimane immobile nel peccato; potremmo definire questa visione come un ‘dinamismo statico’.

Poema 2.1.18 - Agli invidiosi

Per l’ennesima volta Gregorio sostiene la sua visione di ottimismo metafisico e pessimismo contingente. L’autore afferma che la salvezza è da cercare nella preghiera e nella fede affidandosi totalmente alla misericordia divina, mentre non bisogna lasciarsi trascinare nel peccato da quegli ‘invidiosi’ che sono gli elementi del mondo fisico (r. 1-8: «Da quando mi accostai a Dio, abbandonando la vita del mondo, sono agitato da molte e violente tempeste; infatti contro di me soffia l’invidia, bramosa di spingermi lontano da Dio e di tenermi seco nelle sue tenebre. Perché mai gli amici mi si rivelarono nemici, e i buoni cattivi? Sono tutti una cosa sola e tutti mostrano un comportamento ugualmente ignobile»).

Poema 2.1.32 - Vanità e incertezza della vita e fine comune di tutti

Il tema principale dell’inno è la fuga dalla società, espressione della malvagità terrena, in cerca della contemplazione di Dio con uno stile di vita ascetico e solitario (r. 1-7: «Oh s’io fossi una colomba dalle ampie ali, o una rondine, per fuggire la vita degli uomini e abitare in un luogo solitario, commensale con le belve – perché quelle sono più fedeli degli uomini – e vivere semplicemente, alla giornata, senza pene, senza affanni, mente conscia del divino, rivolta sempre al cielo, per acquistare con una vita aliena da passione la luce eterna»). Anche tutti quei beni che sono irrimediabilmente legati alla vita terrena sono disprezzati e considerati completamente inutili, perché destinati a scomparire (r. 10-14: «Uomini mortali, stirpe di fluido seme, fatti di niente, che, vivendo per la morte, ci inorgogliamo di cose che non hanno alcun valore, fino a quando, ingannati da quotidiani sogni mendaci, ingannando vi aggirerete di qua e di là sulla terra? Nel tuo cuore considera questo e disprezzali tutti»). Anche il dolore, poiché materiale, si dissolve e lascia il posto al piacere quando l’asceta incontra lo spirito divino (qui forse c’è un’influenza epicurea). Infine possiamo osservare come le poesie di Gregorio avessero anche una valenza didascalica e come fossero orientate all’insegnamento e alla catechesi: «Questo dunque vedendo, ubbidite alle mie parole figli miei (figli infatti mi siete, in quanto più a lungo di voi ho respirato questa aura vitale)» (r. 49-52).

Nota bibliografica

        Roberto Bellini

«Incompletezza: il tuo nome è bibliografia!». Chiunque si sia dedicato anche solo marginalmente alla ricerca storica sa bene quanto sia vera questa espressione e ciò lo è ancor più per una personalità così fondamentale nella storia quale quella di Ambrogio. La presente nota, pertanto, vuole avere solamente una funzione orientativa e, soprattutto, dare conto dei materiali sui quali si è basato il presente lavoro. Per il concetto di Padre della Chiesa e di patristica si vedano innanzi tutto M. MARITANO, s.v., Padre, Padri della Chiesa, e A. HAMMAN - J. LEAL, s.v., Patrologia-Patristica, entrambi in Nuovo dizionario patristico e di antichità cristiane, dir. A. Di Berardino, III, Genova-Milano 2008, rispettivamente alle coll. 3727-3729 e 3967-3972; utile anche G. PETERS, I Padri della Chiesa, I, Roma 1984, p. 8-23, i cui due volumi (il secondo è del 1986) si raccomandano altresì per un profilo globale, di buon livello ma non specialistico, attorno alla patristica greca e latina. Su Ambrogio, oltre a M.G. MARA, s.v., Ambrogio di Milano, in Nuovo dizionario, cit., I, Genova Milano 2006, coll. 229-235, cfr. J. QUASTEN, Patrologia. III: Dal concilio di Nicea (325) al concilio di Calcedoni (451). I Padri latini, a c. di A. Di Berardino,  Casale Monferrato 1999, p. 135-143. Fondamentali sono altresì gli atti di due convegni entrambi svoltisi a Milano: Ambrosius episcopus. Atti del Congresso di studi ambrosiani nel XVI centenario della elevazione di sant’Ambrogio alla cattedra episcopale (Milano, 2-7 luglio 1974), a c. di G. Lazzati, 2 voll., Milano 1976 (Studia Patristica Mediolanensia, 6-7), e Nec timeo mori. Atti del Congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di sant’Ambrogio (Milano, 4-11 aprile 1997), a c. di L. F. Pizzolato - M. Rizzi, Milano 1998 (Studia patristica mediolanensia, 21), i cui contributi delineano i molteplici e diversi aspetti della figura, dell’opera e delle problematiche inerenti al vescovo di Milano. In particolare per un quadro critico dello stato della ricerca storica su Ambrogio si veda, della seconda raccolta di studi, il contributo di  G. VISONÀ, Lo ‘status quaestionis’ della ricerca ambrosiana, p. 31-71, che alle p. 65-66 si occupa specificatamente degli inni. Per le edizioni critiche delle opere di Ambrogio un riferimento obbligato è la Clavis Patrum latinorum, cur. E. Dekkers, Steenbrugis 1995, p. 39-50 n. 123-165 (per gli inni p. 49-50 n. 163); cfr. anche QUASTEN, Patrologia, cit., p. 143-169, nelle cui note sono offerte indicazioni anche sulle loro traduzioni nelle lingue moderne (per gli inni cfr. le p. 167-168). Disponiamo da alcun tempo della versione in lingua italiana, con testo latino a fronte, di tutte le opere del presule milanese: Sancti Ambrosii episcopi Mediolanensis opera / Opera omnia di sant’Ambrogio, 27 voll., Milano-Roma 1978-1994. Gli inni si trovano nel vol. 22: Inni – iscrizioni – frammenti, a c. di G. Banterle - G. Biffi - I. Biffi - L. Migliavacca, Milano-Roma 1994, introduzione alle p. 11-18 mentre i quattro inni qui considerati si leggono alle p. 31-35 e 38-51. Nel presente lavoro abbiamo utilizzato AMBROGIO DI MILANO, Inni, a cura di G. Biffi, Milano 1997 (Già e non ancora, 329), introduzione alle p. 9-31 e versione bilingue degli inni alle p. 36-39 e 44-55. Sulla poesia ambrosiana si veda per altro l’ampio studio di J. FONTAINE, Prose et poésie: l’interference des genres et des styles dans la création littéraire d’Ambroise de Milan, in Ambrosius episcopus, cit., I, p. 124-170, mentre la questione delle basiliche, nel cui contesto gli inni sono ‘nati’, è trattata con competenza da M. SORDI, I rapporti di Ambrogio con gli imperatori del suo tempo, in Nec timeo mori, cit., p. 112-115. Meno ricca è la bibliografia su Gregorio di Nazianzo. Sulla vita cfr. J. GRIBOMONT, s.v., Gregorio di Nazianzo, in Nuovo dizionario, cit., II, Genova-Milano 2007, coll. 2461-2466, e J. QUASTEN, Patrologia. II: Dal concilio di Nicea (325) al concilio di Calcedoni (451). I Padri greci, Casale Monferrato 1980, p. 238-241 e 251-257. Per le edizioni dei suoi scritti vedi la Clavis Patrum graecorum, cur. et stud. M. Geerard, II, Turnhout 1974, p. 179-198 n. 3010-3052: le indicazioni sulle sue poesie si trovano alle p. 189-190 n. 3034-3036; cfr. anche QUASTEN, Patrologia. II, p. 241-251, con indicazioni in nota delle versioni nelle lingue moderne (per le poesie vedi le p. 247-249). Abbiamo impiegato per i poemi GREGORIO NAZIANZENO, Poesie scelte, introduzione e traduzione di F. Corsaro, Catania [s.d.], p. 7-8, 23, 26-27 e 31-32, con preziosa introduzione generale e particolare alle p. V-XXI.

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