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Introduzione a Pascal

 

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Pascal rappresenta l'altro lato del razionalismo seicentesco in opposizione a Descares: egli rifiutò l'idea di una coscienza (il cogito) totalmente autotrasparente a se stesso ammettendo al contrario la presenza nell'anima di zone incerte e addirittura oscure. 

Egli è uno di quei pensatori «socratici» in cui vita e filosofia, ricerca esistenziale e ricerca teoretica si fondono in modo tale che per comprenderne il pensiero occorre conoscere almeno a grandi linee le tappe fondamentali della vita, in particolare il periodo del cosiddetto divertissement e la conversione.
Tuttavia il suo background di partenza era di tipo scientifico, tanto che i suoi primi, precoci lavori furono di matematica e di fisica. Di conseguenza la sua opera della maturità, lasciata incompiuta, rappresenta il tentativo di proporre una apologia (cioè una difesa) del cristianesimo usando lo stesso procedimento per «ipotesi» e «verifiche sperimentali» tipico della scienza moderna (anche se, naturalmente, non si parla di «ipotesi» fisico-matematiche e di «verifiche» da compiere nei laboratori).


Vita

Blaise Pascal nacque nel 1623 a Clermont-Ferrand, nella Francia centrale. Rimase quasi subito orfano di madre e venne perciò educato solo dal padre Étienne (1588 - 1651), magistrato e matematico. Il giovane si rivelò un genio assai precoce: nel 1640, a 17 anni, compose la sua prima opera scientifica Sulle sezioni coniche (Essai pour les coniques), e nel 1644 costruì la prima macchina calcolatrice al mondo, la Pascalina. Nel 1646, insieme al resto della famiglia, abbracciò le idee gianseniste. Nel 1651 il padre morì e Pascal attraversò un periodo che viene indicato di solito come il «periodo mondano», in cui abbandonò lo studio della matematica e nonostante la salute cagionevole si dedicò a frequentare i salotti migliori di Parigi, riscuotendo un grande successo.
Nel 1654 visse la cosiddetta «seconda conversione», legata a una esperienza mistica avvenuta la notte del 23 novemdre di quell'anno. Da quel momento Pascal entrò a far parte dei "solitari" dell'abbazia di Port Royal, laici dediti alla meditazione e allo studio della teologia. Nel 1656-57 fu impegnato nella difesa di un religioso giansenista, Antoine Arnauld. Morì nel 1662, a soli 39 anni. Lasciò numerosi frammenti che vennero raccolti dopo la sua morte col titolo di Pensieri.


Gli Esprit


Prima di tutto, sul piano gnoseologico occorre distinguere tra quelli che Pascal chiama rispettivamente «esprit de geometrie» e «esprit de finesse».


Il primo, tradotto in italiano con «spirito di geometria», identificabile con l’intelletto astratto, è ciò che si attiva nella logica geometrica. È in sostanza la tecnica dimostrativi: i suoi principi «sono palpabili, ma lontani dall’uso comune», come scrive Pascal, e quindi richiedono un grande sforzo mentale per coglierli. Dopo averli afferrati, tuttavia, si vedono così chiaramente che è impossibile dedurne conseguenze errate, se si fa un uso regolare ed ordinato dell’intelletto.


Al contrario l'«esprit de finesse» (espressione intraducibile che si può rendere con «spirito di finezza») parte da principi «così sottili e in gran numero che è quasi impossibile che non ne scappi qualcuno». Non è un sentimento, bensì è «intelligenza del concreto», ossia comprensione della molteplice sfaccettatura del reale. È qualcosa di completamente diverso dall'esprit de geometrie. Entra in azione per comprendere i fatti più vicini all’uomo e che lo premono maggiormente, come la morale; richiede capacità di penetrazione e possiede principi diversi dal momento che le nozioni sono già tutte davanti agli occhi, ma sono così tante e sparse che sono impossibili da cogliere tutte. La ragione quindi si dimostra impotente; ciò non dipende dall’essenza dell’uomo ma dalla sua condizione esistenziale, dato che spesso egli si lascia guidare anziché dalla ragione dalla consuetudine, dal gusto e dall’immaginazione.
In ogni caso, il progetto decartesiano di una conoscenza «pura» capace di ricondurre tutto alla «chiarezza e distinzione» della matematica risulta ora impraticabile.


Il divertissement

Il cosiddetto «periodo mondano» permette a Pascal di osservare da vicino il comportamento degli uomini e delle donne che seguono ciò che l'istinto e la società considerano auspicabili.


Nei Pensieri scriverà:


Bisogna conoscere se stessi. Anche se questo non servisse a trovare la verità, servirebbe a regolare la propria vita, e non c'è nulla di più giusto [Pensieri, III, 68]

Ma ciò che Pascal vede è che in realtà gli uomini invece di cercare la verità su di sé cercano di dimenticarla, esercitando il «divertimento» inteso in senso etimologico di «de-vertere», ossia allontanarsi-da, «rivolgere l'attenzione lontano da». Ciò che l'uomo teme più di ogni altra cosa è la morte:

Poiché gli uomini non sono riusciti a guarire dalla morte, dalla miseria e dall'ignoranza, hanno deciso di essere felici non pensandoci. Nonostante queste miserie l'uomo vuole essere felice e non vuole altro e non può non volerlo.
Ma cosa potrà fare? Bisognerebbe che diventasse immortale, ma non riuscendoci si è proibito di pensarvi... Ecco perché gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto [Pensieri, VII, 124, 126]

L'uomo è un essere sospeso tra l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo:

Ma alla fine, cos'è un uomo nella natura? Un nulla davanti all'infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto, infinitamente lontano dal comprendere gli estremi. Il fine e il principio delle cose gli sono inesorabilmente nascosti da un segreto impenetrabile.
Incapace al tempo stesso di vedere il nulla da dove è tratto e l'infinito che lo sommerge, cosa potrà fare se non cogliere qulche aspetto di ciò che sta a metà, disperando eternamente di conoscerne il principio e la fine? Tutte le cose sono uscite dal nulla e portate nell'infinito [Pensieri, 125]

Ecco cosa è l'uomo: qualcosa di scisso, sospeso tra il nulla e l'infinito, una «canna pensante» la cui unica dignità consiste appunto nel pensiero. Celeberrimo il frammento 264 dei Pensieri che contiene questa intuizione:

L'uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l'universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d'acqua è sufficiente per ucci­derlo. Ma quand'anche l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l'universo ha su di lui; l'universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale.

Se questo è luomo, come ci dobbiamo porre nei suoi confronti?


Il cristianesimo tra stoicismo e scetticismo

Ai primi del 1655, subito dopo la «seconda conversione», si colloca il celebre Colloquio di Pascal con Monsieur de Sacy.
Si tratta di un testo, probabilmente apocrifo, in cui Pascal difende la possibilità di usare Epitteto (rappresentante della morale stoica) e , e Montaigne (sostenitore dello scetticismo di Pirrone) per difendere il cristianesimo, possibilità combattuta da de Sacy. Secondo Pascal, lo stoicismo ha avuto il merito di esaltare la grandezza dell’uomo, esaltando il senso del dovere e quindi accettando il volere divino; tuttavia, la morale stoica pecca di superbia, in quanto non rileva anche la debolezza umana. La morale scettica, invece, descrive bene le debolezze umane, controbilanciando la superbia degli stoici, ma a sua volta pecca di pigrizia perché non considera la grandezza dell’uomo e non vede conoscenza certa in nessun campo. Sbagliano entrambe, nota Pascal, perché non considerano l’uomo nella sua completezza, ma ne rilevando un unico aspetto: per gli stoici è come se l’uomo non avesse mai peccato, per gli scettici lo stato attuale di miseria è lo stato naturale dell’uomo.
Come egli scrive:

Mi sembra, dice, che la fonte degli errori di questi due filosofi è di non aver saputo che lo stato attuale dell'uomo differisce da quello della sua creazione; di modo che l'uno, notando qualche traccia della sua prima grandezza e ignorando la sua corruzione, ha trattato la natura come sana e senza bisogno di riparatore, ciò che lo conduce al colmo della superbia; invece l'altro, sperimentando la miseria attuale e ignorando la prima dignità, tratta la natura come necessariamente inferma e irreparabile, ciò che lo precipita nella disperazione di giungere a un vero bene e da qui nell'estrema viltà. Così questi due stati che si dovevano conoscere insieme per vedere tutta la verità, essendo conosciuti separatamente, conducono necessariamente all'uno o all'altro di questi due vizi: l'orgoglio e la pigrizia

L’unica forma di conoscenza che permette di spiegare tale contraddizione antropologica è il cristianesimo, in cui, nonostante la presenza della miseria, transitoria e momentanea, l’uomo tenta sempre di raggiungere piena grandezza di sé.
Di fronte al mistero dell'uomo, sia l'ipotesi scettica sia quella dogmatica falliscono perché sono incomplete: è questo che ci legittima a cercare una terza ipotesi, quella cristiana appunto. Essa introduce una nozione assai sgradevole per la ragione umana: il peccato originale. Questa idea teologica allude al fatto che l'uomo è fatto per una perfezione che ora ha perso, e a cui tende con tutte le sue forze.
Dunque la fede cristiana non è in antitesi con la filosofia, ma risolve anzi dialetticamente le aporie insolubili in cui è avvolta la ragione naturale. È questo che giustifica quella apologia del Cristianesimo di cui i Pensieri, scritti a partire dal 1567 ma pubblicati postumi, dovevano costituire l'ossatura.

I Pensieri si presentano come frammenti difformi stilisticamente e slegati fra loro: alcuni hanno forma di brevi aforismi, altri un’argomentazione più distesa ed organica. La maggior parte di essi costituisce il materiale grezzo della progettata apologia del cristianesimo contro i gesuiti, la cui idea sembra essersi sviluppata nel filosofo dopo la «seconda conversione».


Il parì

Secondo il filosofo francese, l’uomo deve necssariamente interrogarsi sull’esistenza di Dio. Rifiutarsi di affrontare l’argomento è impossibile, in quanto il modo di vivere stesso riflette la risposta a tale problema. Trova le prove precedenti dell’esistenza di Dio offerte dalla metafisica non sono in sé sbagliate ma risultano di fatto inadeguate, in quanto Dio non è un oggetto che si può dimostrare, ma una persona che si incontra: si arriva a Dio con il cuore, non con la ragione.


Il frammento 451 dei Pensieri, piuttosto lungo ed articolato, affronta l'argomento della scommessa (parì, in francese) sull’esistenza di Dio.


Esso non è una dimostrazione razionale sull’esistenza di Dio, ma una vera e propria scommessa per far capire che Dio esiste, attraverso un invito alla credenza senza prove razionali. Non è un argomento rivolto a chi non crede per principio, ma a coloro che non sono del tutto convinti dell’esistenza di Dio, che hanno dunque un margine di dubbio. Pascal parte dal fatto che tutti sono «imbarcati», ovvero coinvolti, per il fatto stesso di vivere, con questa domanda. Per questo non ce ne possiamo disinteressare. L’uomo ha soltanto due modi di vivere di fronte alla scelta dell’esistenza o meno di Dio: ammetterlo o non ammetterlo. Si è in gioco con la propria vita, senza possibilità di scampare alla scelta.
Se si scommette ammettendo l’esistenza di Dio e si vince, si ha in premio una vita eterna ed infinitamente felice; se si perde, non si perde nulla e si guadagna quella stessa morte che comunque si avrebbe.
Se si scommette sulla non esistenza di Dio, e poi ci si rende conto di aver perso (ssia si scopre dopo la morte che Dio esiste), l’uomo si ritrova di fronte alla terribile consapevolezza di aver vissuto un’esistenza sbagliata. Tuttavia, Pascal non afferma la necessità di credere in base ad un principio utilitaristico, ma invita a credere spinti dalla necessità di rischiare.

 

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