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Editoriale 8

Libri elettronici? Fatti così, no grazie!

Martino Sacchi


Pochi giorni fa alcune importanti case editrici scolastiche italiane annunciato, senza troppo clamore a dire il vero, l’apertura del primo sito on line nel nostro paese dal quale saranno scaricabili le versioni digitali di testi didattici adottabili nelle scuole. L’iniziativa è senz’altro lodevole in sé: l’editoria scolastica infatti sta reagendo con estrema prudenza alle sollecitazioni che vengono dal legislatore, il quale ha previsto che a partire dall’anno scolastico 2011-12  i testi scolastici debbano essere realizzati in versione digitale. La produzione offerta sul sito che siamo analizzando è ampia e abbraccia sia la scuola primaria sia quella secondaria. In questo modo le case editrici ritengono certamente di aver adempiuto gli obblighi previsti dalla normativa vigente (obblighi per altro molto vaghi), e questo è senz’altro vero sotto il profilo strettamente formale.
Ma l’iniziativa di cui stiamo parlando riesce a incarnare anche lo spirito della legge, che è quello di spingere gli editori ad aiutare e sorreggere la trasformazione della didattica attraverso l’impiego delle Nuove Tecnologie?
In realtà il sito, salvo errori da parte mia, nella parte riservata alla scuola secondaria superiore propone solo delle semplici versioni in PDF dei manuali cartacei; non solo ma, beffa suprema, questi testi non sono copiabili, né modificabili né tanto meno stampabili! Questo significa dunque, se non ho capito male, che un insegnante che volesse adottare questi testi elettronici costringerebbe i suoi studenti a studiare direttamente sullo schermo del computer o di un altro dispositivo portatile come un e-reader, un palmare o un telefonino, senza poter né evidenziare il testo né riorganizzarlo secondo criteri diversi da quelli scelti dall’autore e neppure stamparlo in tutto o in parte per poterlo almeno usare come un libro tradizionale. No: o si legge e si studia a computer o niente.

Una impostazione come questa a mio avviso sembra fatta apposta per far fallire il tentativo di introdurre la digitalizzazione nell’editoria scolastica.

L’esperienza quotidiana personale mostra come sia difficile studiare esclusivamente su uno schermo digitale, e tale giudizio viene ripetuto in modo unanime dagli studenti (italiani e non).
Fornendo poi una versione non modificabile viene a mancare quella che è una delle migliori caratteristiche di un testo elettronico, ossia la possibilità di arricchirlo, trasformarlo, potenziarlo, eventualmente correggerlo e comunque adattarlo alla concreta situazione didattica in cui deve essere usato.
Ricordo che quando si cominciò a parlare di libri in versione PDF uno degli argomenti che venivano portati in difesa della loro introduzione era questo: i manuali vengono utilizzati solo in parte (spesso solo in piccola parte) e quindi di fatto i professori che li adottano fanno spendere alle famiglie molti soldi in più di quello che sarebbe necessario. Se io, poniamo, adotto un libro che costa 30 euro e che è formato da oltre mille pagine (come accade con certi manuali di filosofia o certe antologie), e poi ne uso solo trecento, è come se facessi spendere inutilmente alla famiglia due terzi del costo. Con un libro in versione elettronica invece io potrei far scaricare ai miei studenti solo le pagine che effettivamente servono, e anche se probabilmente una volta fatti i conti con inchiostri, stampanti e carta, il risparmio per le famiglie non sarebbe forse così grande come si poteva sperare, almeno non le obbligherei a comprare qualcosa di inutile.
La soluzione che le case editrici hanno finora dato a questa obiezione è stata per lo più quella di ridurre le dimensioni dei loro manuali, rendendoli per forza di cose più poveri di contenuti e quindi meno validi dal punto di vista didatti.
Con il sito che siamo esaminando, almeno per i testi destinati alla secondaria superiore, il problema invece è stato risolto alla radice: non si stampa, e basta!

Torno perciò a ripetere: non riesco a capire perché dovremmo usare libri elettronici come questi.

L’immagine che mi sono costruito nel corso di anni di sperimenti sul campo con le Nuove Tecnologie, infatti, è completamente diversa.
Sia chiaro: i computer, internet, le LIM non sono bacchette magiche capaci di risolvere da sole i problemi della didattica, in quanto l’educazione rimane sempre e prima di tutto un rapporto tra persone.
La tecnologia (sia essa un gessetto o un netbook) va usata per quello che può dare. Ma cosa può fornire alla scuola l’informatica? Io penso che sia sopratutto questo:
  • grande capacità di immagazzinamento dei dati
  • grande capacità di analizzare, elaborare e modificare i dati immagazzinati
  • grande capacità di restituire un prodotto finale (testo, immagine, filmato o esercizio che sia) ottenuto dalla rielaborazione dei dati di partenza
Lo scopo dell’insegnamento non può essere quello di riversare informazioni nelle menti degli studenti, ma mettere questi ultimi nelle condizioni di costruire con queste informazioni l’immagine di sé, del mondo e degli altri più ricca, consapevole e approfondita possibile: l’impiego dell’informatica consente di velocizzare alcune delle operazioni necessarie a questo processo, lasciando comunque allo studente, insieme con i compagni e con l’insegnante, la responsabilità di completarlo in modo autentico e costruttivo.
Fornire un prodotto “chiuso”, come quello che il sito in questione propone, significa rendere impraticabile sin dall’inizio questo percorso, scegliendo con cura i lati peggiori sia del mezzo gutemberghiano (la staticità e fissità del libro) sia quelli del mezzo elettronico (la necessità di servirsi di uno strumento ingombrante e poco comodo come il computer per leggere i file).



Se fin qui mi sono mosso solo in una prospettiva di pars destruens, mostrando come e perché secondo me il progetto editoriale di cui stiamo discutendo è nato male, mi tocca anche l’obbligo di almeno abbozzare una pars construens, ovvero di additare l’ipotesi di un percorso diverso. Sia ben chiaro quindi che quello che sto per scrivere è solo uno schema e una intuizione che metto sul tavolo della discussione e su cui mi farebbe piacere discutere con chiunque sia interessato ai problemi dell’insegnamento.

L’esperienza del Filo di Arianna. Rivista on line per la didattica nelle scuole superiori suggerisce un modo molto diverso di usare le Nuove Tecnologie nella scuola superiore: l’insegnante mette a disposizione degli studenti tutti i materiali su cui ha lavorato a scuola, e i ragazzi continuano a lavorarci sopra a casa perché possono facilmente scaricarli e manipolarli, diventando co-autori di un testo finale che, pur essendo diverso da ragazzo a ragazzo (perché ne riflette almeno in parte sensibilità, interessi, curiosità, capacità di approfondimento), non perderà mai il suo valore scientifico (perché non viene costruito a caso con materiali rastrellati su internet in base ai criteri dei vari motori di ricerca commerciali).
Si noti che in questo contesto il manuale tradizionale non andrebbe affatto perduto, ma al contrario dovrebbe essere sfruttato in ciò che gli riesce meglio: “fare testo”, ossia fornire un punto di riferimento chiaro e comodo, proprio per la sua fissità e sequenzialità (il libro dice sempre le stesse cose e sempre nello stesso ordine; quello che sul libro viene detto “dopo” qualcos’alto si suppone che anche nella realtà avvenga o sia avvenuto dopo). Certo, le loro dimensioni andrebbero drasticamente ridimensionate, perché il loro ruolo sarebbe solo quello di “spina dorsale” del lavoro, di “supermappa concettuale” per impedire a studenti e insegnanti di perdersi nel mare magnum dei loro ipertesti. 
Cosa dovrebbero fare le case editrici per aiutare questo processo? La (legittima) obiezione di chi vive e lavora producendo libri scolastici, di fronte alla rivoluzione elettronica, è sempre la stessa: come possiamo guadagnare con questo nuovo oggetto?

Senza avere la pretesa di dare qui una risposta sicura a questa domanda, è ragionevole supporre che si debbano inventare nuove strade, completamente diverse dallo schema tradizionale per il quale il momento chiave è rappresentato dal passaggio di mano di un oggetto fisico (il libro, appunto) in cambio di denaro.
Probabilmente la soluzione più equilibrata sarà quella di un sistema misto cartaceo-digitale, in cui però le proporzioni siano invertite rispetto al trend attuale (ossia un sistema in cui anziché avere l’80% di cartaceo di fronte al 20% di digitale si abbia il 20% o anche meno di un manuale su carta e il resto solo in formato elettronico). 
È possibile che si debba seguire la strada aperta dal mercato discografico realizzando un sistema simile a quello di iTunes, magari utilizzando gli istituti scolastici come snodo intermedio per facilitare la gestione delle password e dei pagamenti con i quali si avrebbe accesso ai testi di approfondimento.
Oppure può darsi che alla fine le case editrici si trasformino da fornitori di beni (i libri) in fornitori di servizi personalizzati (esercizi on line, lezioni personalizzate, presentazioni ad hoc).

Un aiuto importante potrebbe venire dalle tecnologie open source, che dovrebbero permettere di abbattere drasticamente i costi di produzione: le spese di investimento per la realizzazione e la gestione di un sito come il Filo di Arianna. Rivista on line per la didattica nelle scuole superiori, che è realizzato appunto con il programma open source Joomla!, si riducono a poche decine di euro l’anno, quelli necessari al noleggio dello spazio web.

Le soluzioni, quindi, ci sono. Bisogna adesso vedere chi avrà la volontà e il coraggio di sperimentarle.

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