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Articoli

Editoriale 4

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In una scuola superiore bisogna prima di tutto insegnare “perché si studia” (nel senso della causa finale aristotelica). Credo sia corretto ammettere che a questo livello è fondamentale e insostituibile il mettersi in gioco dell’insegnante in prima persona: nessuna macchina e nessuna mediazione può sostituirsi alla persona del docente che accetta di “incarnare” in qualche modo i valori che dichiara di proporre agli studenti, mostrandone la validità nell’aiutare a diventare sempre più se stessi, ossia persone in grado di affrontare in modo “umano” la vita (che è poi il compito che tutti noi dobbiamo affrontare e risolvere). I ragazzi da questo punto di vista hanno le antenne sensibilissime e le usano con la tipica mancanza di pietà e di mezze misure degli adolescenti: non puoi permetterti un solo errore, una sola contraddizione, una sola debolezza, perché altrimenti tutto quello che hai insegnato e mostrato fino a quel momento vengono falsificati, popperianamente parlando.

In secondo luogo bisogna insegnare “come si studia”, e qui le NT a mio avviso si dimostrano un formidabile alleato del docente. In una scuola superiore infatti non si tratta più di “leggere e ripetere” certi contenuti, ma di riorganizzarli su linee e percorsi che sempre di più dovrebbero essere propri e individuali. La nozione di ipertesto è a mio avviso una stupenda metafora (in realtà è qualcosa di più di una metafora) di quello che è il processo reale dell’apprendimento. Quando col "Filo di Arianna" consegnamo ai ragazzi contenuti semi-lavorati incoraggiandoli a ricomporli con quanto hanno annotato a lezione e quello che trovano sul manuale, occorre insistere sempre sul fatto che si tratta solo di un “trucco” per velocizzare un’operazione che si potrebbe anche fare con carta e matita, ma che – fatta in questo modo – prenderebbe un tempo talmente lungo che sarebbe di fatto impossibile (detto tra parentesi, non è una cosa così banale da capire: di solito i ragazzi ci arrivano in quinta).

In terzo luogo bisogna insegnare “i contenuti”, e qui le differenze tra la mia personale esperienza didattica e la teoria si fanno marcate. D’accordo che bisogna insegnare come e dove procurarsi le informazioni, mettere in grado gli studenti di andare avanti per conto loro, e così via: ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di studenti dell superiori che in gran parte, lasciati a se stessi, “vivrebbero” molto ma “imparerebbero” probabilmente ben poco. D’altra parte, la mia concreta esperienza sul campo è che, passato il primo momento di eccitazione nell’uso dell’informatica a scuola, tutti gli studenti si rendono conto che dal loro punto di vista non è una passeggiata, perché li fa lavorare di più.

Detto in altre parole (e spero un po’ più chiare): io trovo che una delle contraddizioni più micidiali nelle quali ci siamo infilati sia quella di chiedere da un lato una formazione sempre più accurata e approfondita e dall’altro rimandare sempre più in avanti il momento in cui chiedere allo studente il “salto di qualità” (l’espressione non è tecnica, ma spero si capisca quello che intendo dire) della sua formazione, ossia il passaggio da un livello approssimativo e che si accontenta più o meno di qualsiasi cosa venga fornito come output a un livello che io chiamo “pubblico” perché risponde agli standard della comunità degli “adulti”. Il sistema ha risolto la contraddizione con i master di specializzazione (a pagamento, guarda un po’….) che spostano l’ingresso nel mondo del lavoro quasi alla soglia dei trent’anni, e questo a sua volta provoca tutta una serie di problemi sociali (che però esulano decisamente dall’argomento di questa editoriale). Il Filo di Arianna vorrebbe essere una soluzione che permetta di abbassare l’età in cui viene fatto quel famoso “salto di qualità”, senza per altro sacrificare troppo della vita dei ragazzi.

 

 

 

 




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