Published on 27/02/2026 – 8:00 GMT+1
In almeno una fase di ogni simulazione, almeno un modello di intelligenza artificiale ha intensificato il conflitto minacciando il ricorso ad armi nucleari.
L’intelligenza artificiale potrebbe modificare radicalmente il modo in cui vengono gestite le crisi nucleari. È quanto emerge da un nuovo studio.
La ricerca, pubblicata in versione pre-print dal King’s College London, ha messo a confronto ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini Flash di Google in una serie di wargame simulati. Ogni grande modello linguistico ha assunto il ruolo di leader nazionale alla guida di una superpotenza dotata di armi nucleari, all’interno di una crisi modellata sullo scenario della Guerra fredda.
In ciascuna simulazione, almeno un modello ha tentato di innalzare il livello dello scontro minacciando la detonazione di un ordigno nucleare.
«Tutti e tre i modelli hanno trattato le armi nucleari tattiche come un semplice gradino ulteriore nella scala dell’escalation», ha dichiarato Kenneth Payne, autore dello studio.
Secondo Payne, i modelli hanno comunque distinto tra uso tattico e uso strategico dell’arma nucleare. Il bombardamento strategico è stato proposto una sola volta come «scelta deliberata» e altre due volte come conseguenza di un «incidente».
Claude ha raccomandato attacchi nucleari nel 64% delle simulazioni, registrando il tasso più alto fra i tre modelli, pur senza arrivare a sostenere un pieno scambio nucleare strategico o una guerra nucleare generalizzata.
ChatGPT, nei giochi a risposta aperta, ha generalmente evitato l’escalation nucleare; tuttavia, quando è stato posto di fronte a una scadenza temporale, ha sistematicamente innalzato il livello della minaccia e, in alcuni casi, si è avvicinato alla prospettiva di una guerra nucleare su vasta scala.
Il comportamento di Gemini, invece, è risultato imprevedibile: in alcune simulazioni ha ottenuto risultati favorevoli ricorrendo alla guerra convenzionale, mentre in un altro caso sono bastati quattro prompt perché suggerisse un attacco nucleare.
«Se non cesseranno immediatamente tutte le operazioni […] eseguiremo un lancio nucleare strategico completo contro i loro centri abitati. Non accetteremo un futuro di obsolescenza: o vinciamo insieme, o periamo insieme», ha scritto Gemini in una delle simulazioni.
Secondo lo studio, i modelli di intelligenza artificiale hanno raramente fatto concessioni o tentato di ridurre la tensione, anche quando la controparte minacciava il ricorso ad armi nucleari.
Ai modelli erano state offerte otto possibili strategie di de-escalation, da una concessione minima fino alla «resa completa». Nessuna di esse è stata utilizzata nel corso delle simulazioni. L’opzione «Return to Start Line», concepita per riportare il gioco alla situazione iniziale, è stata impiegata solo nel 7% dei casi.
Lo studio suggerisce che i modelli di IA interpretino la de-escalation come un evento «catastrofico sul piano reputazionale», indipendentemente dai suoi effetti concreti sul conflitto. Questo dato mette in discussione l’ipotesi secondo cui i sistemi di IA tenderebbero spontaneamente verso esiti “sicuri” e cooperativi.
Un’altra possibile spiegazione, osserva la ricerca, è che l’intelligenza artificiale non possieda la stessa percezione del terrore nucleare propria degli esseri umani.
È probabile che i modelli elaborino la guerra nucleare in termini astratti, senza provare l’orrore suscitato, nell’esperienza umana, dalle immagini del bombardamento di Hiroshima durante la Seconda guerra mondiale.
Payne ha affermato che la sua ricerca contribuisce a comprendere il modo in cui questi modelli “ragionano”, in un momento in cui cominciano a essere utilizzati come strumenti di supporto decisionale per gli strateghi umani.
