Testo
Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a guardia del palazzo di governo scaricarongli contro i loro moschetti. Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono uccisi; li altri disarmati, il palazzo invaso, e salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi di troppo funesta ricordanza.
Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe; li impiegati, alcuni, seguirono l'esempio de' loro capi d'officio, altri passarono fra il popolo a partecipare di quella poca gioja che questa prima vittoria gli faceva gustare. Il solo O' Donnell, capo in assenza del conte Spaur, l'unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il giudicio statario, rintanalo nel suo gabinetto, non voleva discendere a patteggiare colla moltitudine. Poco dopo, tra le acclamazioni giunsero monsignor arcivescovo e l'arciprete Opizzoni, fregiali essi pure della coccarda tricolore; i quali, avendo assicurato il vice-presidente che la sua vita non avrebbe corso pericolo, l'indussero a presentarsi sul verone del palazzo; donde, pallido e tremante, spiegando un fazzoletto bianco gridava: Farò quello che volete, tutto quello che volete. E il popolo a rincontro gridava: Abbasso la polizìa! guardia civica! Ed il conte O' Donnell Sì; abbasso la polizìa: la guardia civica, il popolo replicava: Io vogliamo in iscritto ; ed egli l'assicurò che l'avrebbe fatto......
Fonte
Autore: Leone TenoniTitolo: Cronache della rivoluzione di Milano
Editore:Wilmant
Luogo di edizione: Milano
Data di edizione: 1848
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