Il piano di battaglia
Agli ordini di Persano eranvi all'atto della partenza: 11 Bastimenti corazzati; — 4 fregate in legno ad elica; — 1 Corvetta id.; — 2 id. a ruote, — 4 Piroscafi avviso, — 4 Cannoniere, — 1 Trasporto ospedale, — 1 id. viveri.L'avviso Messaggiero, col capo di stato maggiore dell'armata Commendatore D'Amico, fu spedito verso Lissa per eseguire una ricognizione di quell'isola. Il rimanente dell'armata volse la prua a Lossino fino a notte inoltrata per mascherare le vere sue intenzioni. Al tramonto del 17 giungeva il Messaggiero al punto di riunione, di ritorno dall'incarico avuto.
Vennero quindi date le seguenti disposizioni: 1. ° Che il contro-ammiraglio Vacca colle corazzate Principe Carignano, Castelfidardo ed Ancona e colla corvetta a ruote Guiscardo, si recasse a battere le fortificazioni di Porto Co misa, tanto nell'idea di fare una diversione ed occupare su tutti i punti la guarnigione di Lissa, quanto per preparare un punto di sbarco al Corpo di spedizione nel caso che altrove non riuscisse; 2. ° Che il vice-ammiraglio Albini colle fregate in legno Maria Adelaide, Gaeta, Duca di Genova. Vittorio Emanuele, e la corvetta San Giovanni, procurasse lo sbarco a Porto Manego, che è alle spalle di Porto San Giorgio dopo aver fatto tacere la batteria di San Vito che ne è la difesa; 3. ° Che il forte dell'armata, cioè otto delle corazzate, la corvetta a ruote Ettore Fieramosca, e l'avviso Messaggiero sotto gli ordini dello stesso Persano, si recasse a battere le fortificazioni di Porto San Giorgio, prendendo posizione quattro di esse corazzate sotto gli ordini del capitano di vascello Ribottj sulla costa di ponente del porto medesimo; 4. ° Che le cannoniere, sotto gli ordini del capitano di fregata Sandri, si recassero a Lesina per tagliare il telegrafo sottomarino di Lissa, distruggere i semafori ed impedire qualsiasi comunicazione tra Lissa e la vicina Lesina; 5." Che l'avviso Esploratore rimanesse di scoverta tra lo scoglio Pomo, Sant'Andrea e, la punta della Planca; l'altro avviso Stella d'Italia tra, Sant'Andrea e la Pelagosa; l'Indipendenza (trasporto viveri) ed il Washington (trasporto ospedale) si fermassero presso lo scoglio Busi.
L'attacco all'isola
Il piano di attacco doveva avere principio all'alba del 18. In tale giorno la fregata Garibaldi, giungendo da Ancona, riunivasi anch'essa all'armata, che alle 11 antimeridiane si trovò al posto assegnato. L'attacco era incominciato dal Vacca contro Porto Comisa, e ben presto il gruppo delle, corazzate del Ribotty, che aveva girato l'isola da levante, apriva pur esso ilfuoco contro i forti di San Giorgio dalla parte di tramontana, mentre il gruppo di Persano attaccava dalla parte meridionale, per cui tutte le fortificazioni esterne di San Giorgio venivano investite. Ad un'ora e mezza pomeridiane scoppiava una polveriera, e con questa saltava in aria un' intera batteria di sei cannoni di grosso calibro alla sinistra dell'entrata. Dopo altro scoppio meno importante sulla destra, alle 3 pomeridiane, togliendo la bandiera, tacevano il forte San Giorgio e tutti gli altri che sono all'esterno ed all'entrata del porto meno la torre del telegrafo che per la sua altezza non poteva essere efficacemente battuta dalle navi. Venne allora ordinato alla Formidabile di imbozzarsi alla bocca del porto, ed alle fregate Maria Pia e San Martino di entrare in porto per battere le batterie dell'interno che facevano ancora un vivo fuoco. Il Vacca per l'altezza delle batterie di terra dovette desistere dall'attacco di Porto Comisa, e si diresse a sostenere la squadra non corazzata a Porto Manego, la quale del pari per 1' elevazione di quelle fortificazioni non era riuscita nell'intento. Mentre Persano spediva l'ordine al Vacca di tenere occupata la guarnigione di Porto Comisa, almeno con una fregata, onde non venisse a rinfrancare quella di Porto San Giorgio, il gruppo da lui comandato si riuniva già al resto delle corazzate a quest'ultimo Porto, aprendo il fuoco contro la batteria del telegrafo e contro quelle nell'interno del porto. Altro ordine venne inviato all'Albini di riunirsi al comandante ,in. capo, pensando di effettuare lo sbarco a Porto Carobert a mezzogiorno del Porto San Giorgio. Alle 6 ore pomeridiane, lasciato il gruppo del Vacca a continuare il fuoco, venne riunita il resto dell'armata in formazione di linea di fila, la quale fu intanto raggiunta dal 1.° gruppo delle corazzate, dalle fregate ad elica e dalla flottiglia delle cannoniere comandate da Sandri, che aveva egregiamente eseguita la missione che gli era stata affidata. Ogni comunicazione tra Lissa, Lesina e la terraferma era interrotta, ed un dispaccio da Trieste giungeva a conoscenza della nostra armata, nel quale si annunciava la partenza in quella sera della squadra nemica con direzione per Lissa. All'indomani 19 furono mandate prima le corazzate del Vacca e poi le fregate ad elica a battere le artiglierie, che nella notte il nemico aveva ristabilite. Intanto all'armata riunivansi, quale rinforzo, le pirofregate Principe Umberto e Carlo Alberto, la corvetta a ruote Governolo e l'Affondatore provenienti da Brindisi ed Ancona. Con questi rinforzi le truppe da potersi sbarcare presentavano una forza di circa 2200 uomini. Persano reputò conveniente di eseguire lo sbarco, prima che giungesse Tegethoff. Egli ordinò: 1.° Che la squadra non corazzata, coadiuvata dalle piccole cannoniere, si approntasse subito ad effettuare lo sbarco ; — 2.° Che la Terribile, comandante de Cosa, e la Varese,comandante de Fincati, si recassero ad attaccare Porto Comisa nel solo scopo di occupare la guarnigione di quelle batterie; — 3.° Che la Formidabile, I comandante Saint Bon, entrasse in porto per far i tacere le batterie che ancora vi facevano fuoco; i — 4.° Che Vacca col Principe Carignano, co; mandante Jauch, il Castelfidardo, comandante Cai cace, ed Ancona, comandante Piola, sostenesse la Formidabile nel suo attacco; — 5.° Che il Re di Portogallo, comandante Ribotty, colla Palestro, comandante Cappellini, attaccasse il forte del telegrafo ; — 6.° Che il Re d' Italia, comandante Faà di Bruno, San Martino, comandante Roberti, Maria Pia, comandante Del Carretto, impedissero che i forti di San Giorgio disturbassero lo sbarco nel caso in cui avessero ancora qualche cannone in istato di far fuoco. Alle 3 pomeridiane principiava il nuovo attacco. La Formidabile, formando l'ammirazione di tutta l'armata, prendeva posizione a meno di 300 metri dalla potente batteria del Castello, che, insieme ad altra batteria sulla destra dell'entrata, apriva su di essa un fuoco nutrito e ben diretto. Vacca, che aveva l'ordine di sostenerla, mette in linea di fila le corazzate da lui dipendenti, forza l'entrata del porto, fa tacere le batterie che prendevano di fianco la Formidabile, e ritorna fuori del Porto, ove per la ristrettezza del medesimo eragli quasi impossibile manovrare, nè poteva attaccare la batteria che tormentava la Formidabile, per essere da questa nave interamente mascherata. Poco dopo usciva pure dal porto la Formidabile coperta di gloria. Il vento, che si era mantenuto tutto il giorno gagliardo da scirocco, rinfrescava all'imbrunire, rendendo malagevole lo sbarco. Veduto ciò ed essendo la notte inoltrata, fu dato ordine di rimettere lo sbarco all'indomani, e che intanto le corazzate, formata una linea di fila, si mantenessero sulla rada.
La battaglia navale
All'alba del 20, il tempo variabile, divenne burrascoso. Giunse il piroscafo Piemonte, con nuova truppa. L'ammiraglio fisso nello sbarco ne diede gli opportuni ordini all' Albini, avvertendo contemporaneamente per mezzo del Guiscardo, la Terribile e la Varese di riattaccare il fuoco, disponendo altre corazzate per battere il Castello. Cotali ordini non erano peranco emanati, quando, involto in una forte burrasca da maestro, giungeva l' Esploratore, comandante Orengo, col segnale a riva di scoperta di bastimenti austriaci.
La posizione dell'armata in quel momento era la seguente: le fregate ad elica (Albini) e la flottiglia (Sandri) erano intorno a Porto Carobert per effettuare lo sbarco. La Terribile e laVarese si disponevano ad attaccare Porto Comisa all'altra estremità dell'isola. La Formidabile sbarcava i suoi feriti sul Washington. Il Re di Portogallo ed il Castelfidardo segnalavano avarie nella macchina. Le altre corazzate, colle macchine ferme nella rada fuori di San Giorgio, attendevano ordini per riprendere l' attacco dell'isola e sostenere lo sbarco. Fu quindi ordinata da Persano la linea di fronte colla prua in ponente . libeccio, supponendo dalla posizione dell'esploratore che il nemico provenisse da maestro; ma dopochè, diradandosi un poco la burrasca, si cominciò a vedere il fumo delle navi austriache più in tramontana, venne ordinata una lieve conversione alla linea di fronte dirigendo a ponente. — Le navi corazzate, che si trovavano presso l'ammiraglio in capo, si diressero subito per prendere il loro posto; mancavano però la Terribile e la Varese che stavano- a Porto Comisa; nonchè il Re di Portogallo ed il Castelfidardo,che entrambi, riparate le avarie della loro macchina, si diressero poi verso il nucleo dell'armata. Le navi non corazzate erano intese a ricuperare e salvare tutto il materiale da sbarco. Tegethoff intanto si avanzava compatto, in ordine di fronte, su due file, a tutta forza, la prua a scirocco-levante, le corazzate in prima linea e le navi miste in seconda. Fu segnalato da Persano formare la linea di battaglia sopra i bastimenti più indietro della linea di fronte, che erano appunto quelli dell' avanguardia.
L'ammiraglio aveva sottomano in quel momento 23 navi, delle quali 10 corazzate. Tegethoff aveva in prima linea 7 fregate corazzate ed in seconda linea 8 fregate e corvette miste, tra cui un vascello con 8 avvisi e grosse cannoniere, formando insieme una flotta di 23 navi riunite e compatte. Era la prima volta che in una battaglia navale si trovassero di fronte i nuovi mezzi di azione nella guerra marittima, cioè le navi corazzate. Al momento di appiccare la battaglia, Persano pensò essergli conveniente di trovarsi fuori linea, sopra un bastimento corazzato. Fu scelto da lui l'Affondatore, comandante Martini, sul quale inalberò la sua bandiera. Tutte le navi dell'armata avevano innalzato la bandiera nazionale in testa dei loro alberi. La linea nostra, essendo convergente con quella nemica, il Principe Carignano, che con bandiera del contro-ammiraglio Vacca trovavasi in testa della linea, fu il primo ad aprire il fuoco. Ben presto la mischia divenne generale.
La nostra avanguardia, comandante Vacca, composta del Carignano, Castel fidardo ed Ancona, dopo cannoneggiato il primo gruppo delle corazzate nemiche, volgeva a sinistra per tagliare la linea delle sue navi in legno. Il nostro secondo gruppo delle corazzate Re d'Italia, Palestro e S. Martino, veniva investito dal 1.° gruppo nemico, che concentrava i suoi sforzi sul Re d'Italia. La Palestro, che a tutta forza andava in suo sostegno, venne attaccata da due corazzate austriache e da una fregata in legno, le quali gittavano in coperta granate a mano ed altre materie infiammabili, e per ben tre ore rimase in mezzo alle navi nemiche fino a che, manifestàtosi l'incendio nel quadrato degli ufficiali, le navi austriache si allontanarono dalla medesima (1). Il San Martino dopo avere cannoneggiato il 2.° gruppo delle corazzate nemiche si slanciava a soccorrere il Re d'Italia, ma la corazzata nemica, che esso mirava risolutamente ad investire, accortasi di tale manovra, defilando di poppa al Re d'Italia, gli slanciava una fiancata d'infilata. Una granata austriaca penetrò pei boccaporti precisamente in una estremità non corazzata, e vi appiccò il fuoco. Sventuratamente nella chiglia sottoposta stavano le polveri racchiuse in casse di rame, e malgrado che colle pompe si bagnasse la santa Barbara, le polveri, che non avevano potuto inumidirsi, saltarono, e con esse, come si vedrà, saltò poi la nave, inutilizzandogli il timone, e, girando sempre sulla diritta, passava a minacciare il San Martino col quale impegnava un vivo ed accanito combattimento. In questo frattempo l'ammiraglio austriaco, avvedutosi del danno recato al timone del Re d'Italia, correva ad investirlo da un lato, mentre altre due sue navi cercavano abbordarlo dall'altro.
Il comandante del Re d'Italia, conte Faà di Bruno, ordinò a tutta macchina di andare innanzi e ciò per serrare la linea di fila, avvicinandosi alla pirofregata Ancona, comandando un fuoco di fila colla batteria di sinistra. Ma minacciato dalla nave ammiraglia, Arciduca Ferdinando Massimiliano, sulla prua a corta distanza; da una corazzata, che anche di prua con rotta obbliqua tendeva tagliargli il passaggio; da un'altra corazzata al centro, e da una terza di poppa, il Re d'Italia, abbandonato alla sola velocità impressagli dal suo motore, senza poter far uso del timone, non ebbe il mezzo di impedire l'urto della corazzata che lo minacciava dal lato sinistro. Il comandante aveva già chiamato l'equipaggio per l'arrembaggio generale, quando il Re d'Italia, ripiegandosi sul fianco sinistro, che aveva squarciato, in un istante, quella poderosa e non ha guari formidabile mole dell'arte umana, sommergevasi.

Carl Frederik Sorensen (1818-1879), La Re d'Italia affonda dopo essere stata speronata dalla Ferdinand Max, Heeresgeschichtliches Museum Wien (Museo di storia militare di Vienna) (Fonte: Wikipedia)
Rifugge l'animo dal descrivere la scena di ruine e di strage che presentò la superficie del mare. Spaziavano in essa cadaveri e viventi; e sarte ed antenne erano afferrate qual rifugio dai superstiti; 160 individui dell'equipaggio del Re d'Italia poterono aver salvala vita; più che 400 perirono: e fra i salvati eranvi aleuni dei nuovi ufficiali che si erano fatta una zattera, che, abbandonata al mare procelloso, riceveva due colpi a mitraglia da una cannoniera austriaca, feroce nella libidine di morte. Della qual libidine, per vero, era invaso l'intero equipaggio imperiale; imperocchè a colpi di moschetto e con granate e con massi di carbon fossile uccideva quanti, notando per far salva la vita; cadevano per mala sorte in direzione delle sue navi. Questi fatti sono accertati da legali e concordi deposizioni de' naufraghi stessi. Un paese che è rappresentato da tali mostri non merita di essere annoverato fra le civili nazioni.
Al Principe Umberto, come vedremo, era dato in sorte di salvare buona parte dei naufraghi, reliquia di uno stuolo di magnanimi caduti, fra i quali l'intrepido comandante Faà di Bruno e lo storiografo Pier Carlo Boggio, l'oratore facóndo, lasciarono miseramente la vita (1). "; Gloriosi episodi segnalarono questo naufragio. La prossimità di una corazzata austriaca era tale che dalla inclinazione assunta dal Re d'Italia vi era da temere che la bandiera potesse facilmente esser presa dal nemico. Alcune voci si fecero udire in quel supremo momento perchè si ammainasse la bandiera onde così salvarla: ma il guardia marina Razzetti ed il comandante Del Santo vi si opposero a viva forza. Il Razzetti presa la sagola della bandiera la legò fortemente sulla ringhiera di poppa, scaricando ancora il suo revolver sul comandante della corazzata austriaca. Il capo cannoniere Pollio, nel momento in cui il Re d'Italia affondava, scorto un cannone innescato, lo scaricò sulla fregata nemica, gridando: ancora questo! Un mezzo battaglione di Real Navi (fanteria di marina), sentendo sprofondare il naviglio, s'arrampicò sugli alberi, si aggrappò sulle corde, e, puntando le carabine, come avrebbe fatto sovra un campo di manovre, inviò un'ultima pioggia di palle sul ponte dell'Arciduca Massimiliano. Questo supremo addio al campo di battaglia produsse effetti terribili: venti morti e sessanta feriti caddero intorno all'ammiraglio austriaco. Affondato il Re d'Italia, lo sforzo del nemico andò a concentrarsi sul nostro 3.° gruppo: Re di Portogallo, Varese, Maria Pia, che già era attaccato da due corazzate e dal Kaiser ( Imperatore), che manovrava a gran velocità per dare l'abbordaggio al Re di Portogallo. Il comandante Ribotty, manovrando col massimo sangue freddo ed intrepida abilità, presentò la prua al vascello, così investendolo colla mura di sinistra e rompendogli il bompresso, la prua, l'albero di trinchetto ed il fumaiuolo. Il vascello andò a scorrere lungo il fianco del Re di Portogallo, che gli scaricò contro l'intiera bordata con fuoco di fila a granata. Il Kaiser, sconquassato e coll'incendio a bordo da ogni parte, corse fuori della linea, facendo fuoco colle artiglierie. In questo mentre la squadrilia delle corvette austriache attacca il Re dì Portogallo a sinistra e due corazzate tentano investirlo alla dritta. Molti proiettili colpiscono lo scafo e 1' alberatura della nostra pirofregata, che animosa risponde al fuoco dei nemici che la circondano. L'ufficiale in 2. Acton viene ferito dallo scoppio d'una granata nella fronte; medicato, ritorna al suo posto di combattimento. Ribotty, vedendosi circondato dai nemici e lontano dalla propria linea, si fa arditamente strada in mezzo al fuoco dei bastimenti austriaci, che schivano la prua del Re di Portogallo, e va a riunirsi alle navi del contro-ammiraglio Vacca, che aveva alzato il segnale formate prontamente una linea di fila senza soggezione di posto. Altre corazzate minacciavano pure la Maria Pia che, visto due fregate nemiche dirigersi verso la nostra squadra in legno, prontamente andò ad inseguirle, facendo loro cambiare direzione. Circondata poscia la Maria Pia da quattro corazzate, Del Carretto mette la macchina a tutta forza ed in poco tempo si libera di due di minore velocità, e tentando d'investire collo spertMttaauena che trjyavasi traversata a prua: ma quésta, accol tasi della manovra della Maria Pia, venne ad un tratto sulla diritta e la nostra corazzata' 'Impasse, sul fianco radendola quasi a toccare, scaricando sulla stessa l'intera batteria ed un forte e ben nutrito fuoco di moschetteria. — Il nemico da questa abile ed ardita manovra fu obbligato a ripiegare verso maestro, dirigendosi a proteggere le proprie navi in legno che circuite dal Principe Carignano, dal Castelfidardo, dal Re di Portogallo e dalla Varese, muovevano verso levante. A tale gruppo delle nostre navi si unirono pure V Ancona ed il San Martino, rche ambedue in diverse posizioni, cercando di recarsi in soccorso del Re d'Italia e del Re di Portogallo, trovaronsi alla lor volta circuiti dalle èavi nemiche, dalle quali con adatte manovre riuscirono a sbarazzarsi. L'avanguardia, in tal modo riunitasi sotto il Vacca, si dirigeva nuovamente verso le corazzate austriache che a tutta forza si allontanavano pel canale di Lissa. In quel punto l'ammiraglio Albini ordinava al Governalo, comandante Gogola, di andare in soccorso della Palestro sulla quale l'incendio, malgrado ogni sforzo per sedarlo, faceva progressi. Il comandante della Palestro, Alfredo Cappellini di Livorno (nato il 29 dicembre 1828), rifiutò per sè e pel suo equipaggio qualunque mezzo di salvezza, limitandosi a chiedere soltanto di essere rimorchiato presso la nostra linea. Mentre passava sottovento dell'armata portata dell'Affondatore, egli e l'equipaggio gridavano: Viva il re! Viva l'Italia! Poco dopo la Palestro, in mezzo al Governolo edall'Indipendenza, che non l'avevano mai abbandonata, saltava in aria, salvandosi solo 19 individui di un equipaggio eroico, degno dell'immortalità (1). (1) Luogotenente del Cappellini era Ernesto Vilerbo da Napoli, di età giovane, di virtù antica; ed ufficiali dellaPalestro erano: Vincenzo Cacciotiolo, da Procida, Aniello Lauso, Emanuele Barbaro, Carlo Marcillier, tutti da Napoli, Fabrizio Fabrizi, da Palermo, Andrea Deagostini, pilota, Pietro Ribaud, commissario, ambo da Napoli, Ferdinando Garzilli, da Solofra (Avellino), primo medico, e Giovanni Banner, napoletano, primo meccanico. L'Affondatore, che aveva sostenuta una meschina parte durante il combattimento, si diresse alfine verso la nostra squadra non corazzata, facendo segnale: attaccate il nemico, e quindi: doppiate la retroguardia nemica, cioè quel gruppo di corazzate che la Maria Pia batteva di fronte. Fu allora che Persano si accorse che i legni misti del nemico col vascello sull'estrema destra volgevano per levante, protetti dal primo gruppo delle proprie corazzate, mentre il secondo gruppo a tutta forza cercava riformarsi sulla sua sinistra. Credette egli segnalare: dar caccia con libertà di cammino e di manovra,dirigendo per la testa della prima linea nemica. Ma il momento opportuno era passato, mentre il nemico era riuscito a covrire le sue navi miste e a riunire le corazzate dietro delle medesime. Persano pensò quindi di riordinare l'intera armata. Il nemico a sua volta si riordinava pure colla prua a tramontana, le corazzate a sinistra, e quindi si rivolgeva all'isola di Lissa con un movimento di contromarcia alla sinistra. Alle ore 3 e 20 minuti l'armata nostra era nella formazione di due colonne. Ma Persano non osò attaccare Tegethoff, quantunque avesse sufficiente numero di navi atte a battaglia e una forza pronta di 400 cannoni. Trovandosi nella linea di formazione, il Principe Umberto,comandante Acton, scoprì, come si disse, un gran numero di naufraghi che stavano sui frantumi del Re d'Italia, e dopo aver segnalato scoverta di naufraghi, diresse per salvarli, raccogliendone 116. Altri 53 furono salvati dall'Affondatore,dal Messggiero e dalla Stella d'Italia. I 19 della Palestro vnnero raccolti dal Governolo e dall' Indipendenza. Rimasta fino a notte la nostra armata nelle acque in cui successe la battaglia, Persano pensò bene di far quindi rotta per Ancona, ponendosi egli alla testa nel suo sicuro asilo, l'Affondatore. Prescindendo dal Re d'Italia e dal Palestro, nelle rimanenti navi che combatterono nella battaglia navale di Lissa non avvennero avarie d'importanza e vi furono soltanto 8 morti e 40 feriti tra i quali 4 ufficiali. Nei due attacchi del 18 e 19 contro le fortificazioni dell'isola, deplorammo 16 morti e 96 feriti: le avarie furono di non molto rilievo eccetto per la Formidabile. Gli equipaggi ed ufficiali, tutti animati di commovente entusiasmo, si sono battuti sempre con eroismo, quantunque avessero a fare con un nemico benissimo armato, tenace della difesa e ben diretto. Contro l'isola di Lissa si fecero non meno di 1300 colpi. Una splendida vittoria avrebbe coronato il valore degli Italiani, quando a capo della loro marineria fosse stato un uomo che mediocremente avesse saputo l'arte sua. — Da informazioni raccolte risulta che il materiale della nostra flotta, cioè le armi, i proiettili, gli arnesi nautici, le vettovaglie da bocca, il carbone, eco., erano in perfetto ordine anche prima della malaugurata battaglia di Lissa. La flotta, nel giorno della battaglia, aveva 6 cannoni Armstrong da 300 (due sul Re d'Italia, due sull'Affondatore, due sul Re di Portogallo), e vantava più di 100 cannoni da 80 mentre gli altri variavano nelle misure inferiori. La flotta austriaca non portava che pochi cannoni da 80, i quali però erano attissimi a forare le corazze. Quanto alla costruzione delle navi buona, ad eccezione per le quattro cannoniere, simili alla Palestro, di costruzione francese. Esse presentano a prua e a poppa le due punte estreme corazzate sott'acqua, ma indifese all'infuori. E universale l'opinione che il Persano abbia perduta la battaglia di Lissa per mancanza di ogni più volgare sapienza. Avvertito, come abbiamo veduto, dell'arrivo della flotta austriaca dal telegramma intercettato dal Sandri, ed ostinatosi nello sbarco di Lissa, egli lasciò un solo avviso, l'Esploratore,velocissimo fra i veloci, a guardare l'Adriatico, e quando l'Esploratore ebbe la ventura di segnalare l'apparire della squadra austriaca due ore prima ch'essa potesse raggiungere la flotta italiana, l'ammiraglio non seppe approfittare nè del tempo, nè della scienza, per disporre convenientemente le sue navi. E dimostrato che i danni ricevuti dalle nostre navi, e specialmente la perdita del Re d'Italia, son dovuti non alle palle nemiche ma all'urto degli sproni austriaci. Dopo che s'inventarono le corazzate l'urto dello sprone divenne parte importantissima della nuova tattica nautica. Il Persano pare lo dimenticasse. Egli continuò ad adottare le mosse delle antiche navi di legno, e nelle conversioni jnon seppe impedire che il nostro naviglio presentasse i fianchi. Ne avvenne che mentre Tegethoff s'avanzava presentando con grande furia le punte delle sue corazzate, alcune delle nostre navi furono, urtate di fianco. Il Re d'Italia venne così colato a fondo. Si aggiunga che avendo Persano perduto molto tempo nel rimbarcare i soldati da Lissa e nel disporre i suoi legni, potè solo assai tardi cominciare le sue mosse, e quindi perdette il vantaggio di dare alle fregate italiane quella potenza d'urto che deriva dalla velocità della corsa, essendo legge comune di meccanica, che 1' urto si misura in ragione della massa moltiplicata per la velocita. Ora nell' urto di Lissa le navi austriache filavano circa 15 miglia all'ora e le nostre 5 a 6 miglia. Si conchiude che la battaglia di Lissa non fu quasi battaglia. Tegethoff sfondò la linea della nostra flotta, e coi vantaggi che seppe trarne dalla disposizione delle sue navi, la disperse ed entrò nel porto di Lissa. Fatto ciò, egli si piantò fermo dinanzi al porto, quando Persano pensò meglio di tornarsene ad Ancona. La Nazione era stata crudelmente tradita. Tanto più ne era profondamente addolorata, in quanto che ogni speranza aveva riposta negli uomini che sì sciaguratamente condussero le cose della guerra. Per sei anni li aveva sostenuti nei momenti più difficili, confortati di elogi; aveva loro tributati onori, concessa potenza: il loro nome aveva fatto grande; essa non pensò neppure un istante che non potessero corrispondere all'aspettazione. Ancor fortunata 1'Italia se, ritemprata dalle offese patite, saprà trarre un utile ammaestramento dai fatti del 1866. La Nazione non era ancora rinvenuta dall'angoscia in cui l'aveva immersa la sequela de'mali, quando La Marmora il 25 luglio, senza motivo alcuno, chiedeva all' Austria una sospensione d'armi, la quale doveva dar tempo alla discussione per le condizioni d'un armistizio, che venne poi 1'11 agosto concluso a Cormons, tra il generale Moring per l'Austria e il generale Petitti per l'Italia, con molto disonore per noi. Cnstoza e Lissa, il 24 giugno e il 20 luglio, riassumono la storia della guerra del 1866. In poche settimane una grande battaglia di terra, una grande battaglia di mare; indi la pace; pace dolorosa ad ogni cuore italiano, rimanendo ancor schiave dell'Austria terre italiane, parte delle quali erano già state acquistate a prezzo di sangue. (1) Gli altri uffiziali del Re d'Italia morti, a Lissa, sono: Bosano, Ferrara, Costa e Serra, tenenti di vascello; Negri, guardia marina; Forvls, sottotenente nella fanteria di marina; Orlando, capomedico, e Vincenzo Pizzonia, cappellano.
Note alla pagina
Autore: Felice VenostaData di pubblicazione: 15 giugno 2011
Numero di Battute: 26658

Twitter
UpNews
TechNotizie
Tuttoblog
Facebook
Wikio
Diggita
Segnalo
