Perchè parlare di Platone
Le interpretazioni di Platone
La molla della politica
La polemica contro i sofisti
Come si raggiunge le conoscenza
L'allegoria della caverna
Il mondo delle eide
L'anima
Perché parlare di Platone
Platone è uno dei filosofi più importanti di tutta la storia della filosofia. Il fascino di questo pensatore e il peso che ha avuto nella storia del pensiero occidentale può essere riassunto con due battute: "Platone è la filosofia" diceva Taylor, uno storico della filosofia inglese, mentre Whitehead, un altro filosofo inglese, aggiungeva che la storia della filosofia è "commento a Platone".Le interpretazioni di Platone
Nei secoli si sono prodotte numerose del pensiero di Platone.- La prima, legata alla corrente filosofica del neoplatonismo, vede in Platone essenzialmente una problematica religiosa e metafisica;
- la seconda, sviluppata soprattutto nel corso dell'Ottocento, insiste sulle teorie gnoseologiche e ontologiche come chiave di lettura fondamentale
- la terza vede nel tema della politica, e in particolare della giustizia, l'energia fondamentale del suo pensiero
- una quarta interpretazione infine, la più recente di tutte, si rifà alle cosiddette "dottrine non scritte"
La molla della politica
Platone era perfettamente inserito nella cultura ateniese e da giovane, come tutti suoi coetanei, aspirava a una vita politica che lo portasse a una posizione di evidenza nella città. A questo destino sembrava condurlo anche il suo DNA, per così dire, dal momento che era discendente per parte di padre da Solone, il primo legislatore ateniese, e per parte di madre da Codro, l'ultimo re di Atene.Invece la strada di Platone fu diversa da quella dei suoi compagni.
L'esperienza del degrado politico di Atene fu la molla che convinse Platone della necessità di una nuova fondazione politica, non più basata sulla tradizione o sulla nuova forza della ricchezza, ma sulla filosofia.
Lui stesso ci racconta questa "conversione" in un documento famoso e importante, la cosiddetta Settima lettera .
In questo testo Platone mette a fuoco uno dei dilemmi più importanti di tutta la riflessione filosofica occidentale, ossia il contrasto tra la ricerca della verità e il potere, e propone la sua soluzione, imperniata sulla figura del re-filosofo:
ha diritto a governare solo colui che conosce ciò che è bene per sé e per gli altri cittadini. La conoscenza quindi è l'unico autentico fondamento del potere.
La polemica contro i sofisti
La cultura ateniese della fine del V secolo era dominata dai grandi sofisti come Protagora e Gorgia che proponevano un'idea di sapere e di politica completamente diversa da quella socratica.Per i sofisti non esiste la possibilità di giungere alla verità (anzi, la verità stessa non esiste). Quello che rimane è dunque la possibilità di usare la parola per persuadere gli interlocutori ad accettare la propria posizione, senza che questa possa per altro pretendere di essere migliore delle altre.
La sofistica eristica spinge questa posizione alle estreme conseguenze, riducendo il dibattito filosofico a una semplice schermaglia linguistica finalizzata a stupire il pubblico di spettatori.
Platone entra subito in polemica sia con i sofisti eristici (di cui condanna la mancanza totale di una finalità etica e di ricerca) sia con i sofisti maggiori e proprio sul punto centrale del loro insegnamento.
Platone infatti sostiene la possibilità di costruire un sapere rigoroso e fondato (in greco episteme) che sia a sua volta la base su cui ricostruire la vita associata.
Il problema politico si trasforma quindi per lui in un problema filosofico: la domanda "come è possbile costruire una società giusta?" si trasforma nella domanda "come è possibile costruire un sapere vero?"
Come si raggiunge la conoscenza?
Se la conoscenza è il fondamento del potere, si tratta allora di capire se e come è possibile ottenere una conoscenza stabile e certa. La nuova e originale posizione platonica si forma alla intersezione tra l'esperienza socratica e quella pitagorica.Socrate infatti, maestro e amico di Platone, aveva dimostrato la possibilità, tramite ironia e maieutica, di raggiungere l'omologhia, ossia l'accordo razionale sulle premesse del ragionamento.
I primi dialoghi scritti da Platone rispecchiano questa convinzione, e insieme sembrano indicare il desiderio di Platone di oltrepassare le posizioni di Socrate, soprattutto cercando un fondamento della filosofia socratica.
Durante il primo viaggio in Italia Platone scopre la matematica come sapere rigoroso, capace di obbligare il pensiero ad accettare anche tesi contrarie all'esperienza sensibile (come per esempio l'incommensurabilità del lato e della diagonale, implicita nel teorema di Pitagora).
La somiglianza di queste esperienze, pur così lontane, convince Platone che esiste per entrambe una condizione di possibilità comune. Su questa base il filosofo ateniese costruisce una delle più importanti e significati visioni del mondo prodotte dalla cultura greca ed occidentale.
L'allegoria della caverna
Nella sezione centrale di uno dei dialoghi più importanti, la Politeia, Platone raccoglie in un solo, complesso racconto i molti aspetti della sua riflessione.La condizione degli uomini, dice Platone, assomiglia a quella di persone costrette sin dall'infanzia a vivere nel fondo di una caverna molto profonda e obbligati dalle catene a guardare solo verso il fondo della caverna. Dietro i prigionieri c'è un terrapieno su cui corre una strada, chiusa da un muretto. Dietro la strada c'è un fuoco e sulla strada passano delle persone che trasportano sulle spalle ogni genere di oggetti.
I prigionieri vedono solo le ombre di questi oggetti, proiettate sul fondo della caverna, e sono inevitabilmente condotti a credere che proprio le ombre siano la vera realtà.
Ma se uno dei prigionieri, per caso, riesce a liberarsi e a voltarsi indietro, prima di tutto si accorge che quello che fino a quel momento ha creduto essere la "vera realtà" non è altro che ombra e illusione prodotta dal fuoco e dagli oggetti trasportati sul terrapieno; se poi riesce a risalire fino all'aperto, scopre che anche questi oggetti non sono altro che la copia di ciò che sta fuori dalla caverna, che è la vera, autentica realtà.
Chi è giunto a contemplare il mondo esterno, con la sua luce e i suoi colori, deve secondo Platone ritornare nella caverna per cercare di salvare i suoi compagni. Qui però l'attende una sorte imprevista e spiacevole: chi è rimasto in fondo alla caverna infatti non vuole credere a chi è uscito dalla caverna, anzi lo deride e lo perseguita, giungendo perfino a ucciderlo.
Il mondo delle eide
La proposta che Platone espone nell'allegoria della caverna e in molti altri dialoghi per giustificare- sia la possibilità dell'esperienza socratica (e quindi anche la speranza di una rifondazione "giusta" dello Stato)
- sia la possibilità della matematica (e quindi anche la fondazione di un tipo di sapere nettamente distinto da quello dei sensi)
Tali paradigmi o eide hanno caratteristiche opposte a quelle delle cose che si possono vedere e toccare con i sensi. Esse infatti sono:
- immateriali
- immutabili
- indivenienti
Le eide hanno in sostanza le caratteristiche del vero essere: proprio per questo possono essere il fondamento della conoscenza autentica e, insieme, del mondo che ci circonda.
L'anima
Chi o che cosa conosce le "eide"? La risposta di Platone non lascia dubbi: le eide non sono conoscibili con gli organi di senso corporei (vista, udito, tatto...), ma solo con le potenze dell'intelligenza che risiede nell'anima (psychè)La concezione platonica dell'anima conosce una notevole evoluzione col passare degli anni:
- inizialmente egli ha una concezione socratica, considera l'anima come un "cosmo di virtù"
- dopo il suo primo viaggio in Italia egli assume una concezione pitagorica: la psychè è un "daimon" immortale, staccata e qualitativamente diversa dal corpo, che cade nel corpo per una "colpa originaria" (Fedone)
- infine, probabilmente riflettendo sulle tragedie, ammette che l'anima sia scissa al suo interno, che possieda al suo interno delle forze in contrasto fra loro: il male si trova nell'anima e non nel corpo. Quest' ultimo è considerato da Platone come "il carcere della psychè". (Fedro)
L'anima si può elevare al piano della pura intelligenza mediante la conoscenza. Risale così dalla copia al modello, dall'imitazione all'originale, e scopre finalmente l'essere vero delle cose, il loro aspetto immutabile e necessario.
Il mito del Fedro, che rappresenta la posizione più matura di Plarone, ipotizza l'esistenza di un fondo di irrazionalità nell'anima che non può essere domato, ma al massimo tenuto sotto controllo grazie ad una alleanza tra la razionalità e quella parte dell'irrazionalità che può essere domata.
L'intuizione che l'anima umana non è un'entità compatta, ma molteplice, significa ammettere che l'uomo è continuamente esposto al rischio della follia.

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