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Il passaggio dall'oralità alla scrittura


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L'uomo è un «animale tecnologico»: l'invenzione di tecnologie «artificiali» (nel senso che non si trovano in natura) è per lui «naturale» (ossia appartiene alla sua natura più profonda).
Questo è possibile perché la tecnologia in fondo non altro che una espansione della corporeità. 

Un coltello non è altro che un'unghia o un dente più forti di quelle del corpo, una pala non è altro che l'incavo di una mano che non si ferisce quando colpisce un sasso aguzzo mentre viene infilato nella terra per raccoglierla e spostarla, i vestiti non sono altro che pelli aggiuntive che rafforzano la protezione contro le intemperie, così come il sandalo, nella sua forma più semplice, è solo una pianta del piede più robusta.
Quello che vale per questi semplici esempi vale anche per i prodotti più sofisticati della tecnologia contemporanea: un'automobile, una nave o un computer non sono altro che espansioni di parti del nostro corpo.Anche il linguaggio, secondo l'interpretazione del sociologo canadese Marshall McLuhan, è una forma di tecnologia, che nasce dalla espansione del sistema nervoso. Lo scopo del linguaggio è quello della comunicazione tra gli esseri umani. Per una grandissima parte della storia dell'umanità, la comunicazione tramite il linguaggio fu soltanto orale.
È impossibile per noi comprendere fino in fondo come fosse l'esperienza di una società in cui l'unica forma di comunicazione possibile fosse solo orale. Noi infatti viviamo dopo una rivoluzione epocale, avvenuta in Medioriente circa 3000 anni fa: l'invenzione della scrittura.
A partire da quel momento la comunicazione potè avvenire anche tramite la parola scritta, trasformando per sempre le relazioni tra le persone.

Lo studio delle comunità orali primarie è iniziato solo negli anni Venti del Novecento con gli studi di Milmam Perry, che mise in luce come la struttura dell'esametro epico fosse la base stessa dei poemi di Omero. Gli aedi non inventavano né ricordavano i versi parola per parola, ma si appoggiavano a strutture fisse, che venivano ricomposte in un numero grandissimo di modi memorizzati anche e soprattutto grazie al canto e ai movimenti ritmici del corpo.


Per comprendere le caratteristiche di una società totalmente oralista e di un pensiero basato esclusivamente sul linguaggio parlato bisogna partire da una considerazione fondamentale: il suono è l'unica forma di comunicazione che permette una sorta di «penetrazione» tra chi trasmette il messaggio e chi lo riceve. Il suono penetra la mente di chi ascolta, la occupa, la possiede. Chi ascolta si sente in qualche modo una cosa sola con chi sta parlando; si lascia portare dal suono parole che sta ascoltando più che dal loro significato
Questa esperienza non è stata completamente cancellata dalla successiva fase della comunicazione scritta, ed è facilmente riconoscibile in molti comportamenti comuni della vita di oggi: per esempio in concerto rock, o anche in una lezione a scuola. Quante volte ascoltando una lezione dalla viva voce dell'insegnante ci è sembrato di capire tutto, mentre una volta a casa non riuscivamo neppure a spiegare esattamente di che argomento si era parlato?
Una caratteristica essenziale del linguaggio orale infatti è la sua volatilità: le parole parlate esistono solo nel momento in cui vengono pronunciate e poi, letteralmente, non esistono più. Sono volate via, in qualche luogo misterioso. Per questo motivo Omero quando deve descrivere le parole le qualifica sempre come «alate», come se fossero uccelli che volano via velocissimi e di cui non rimane più nulla.

In un sistema oralista l'unico modo per prolungare l'esistenza delle parole è quello di farle vivere nella memoria di chi le ha ascoltate.
La memoria tuttavia è una funzione di un essere vivente, e come tale risponde ad alcune leggi fondamentali.

Prima di tutto, cerca di risparmiare energia psichica.
I suoi contenuti devono essere vicini all'esperienza concreta e vissuta, perché questi sono più vivaci e intensi
Devono essere aggregati in insiemi di una certa complessitù, perché questi si fissano meglio nella memoria che contenuti analitici, separati gli uni dagli altri; dal punto di vista strettamente linguistico, preferiscono una formulazione paratattica a quella ipotattica. Lo schema paratattico infatti prevede che i contenuti siano semplicemente affiancati gli uni agli altri, senza riconoscere in essi una gerarchia di valore: ogni contenuto cioè ha la stessa importanza e viene presentato sullo stesso piano degli altri. Nello schema ipotattico, invece, le relazioni logiche o cronologiche vengono espresse attraverso le corrispondenti proposizioni subordinate (causali, ipotetiche, temporali, concessive...).
Devono essere ridondanti, ossia devono essere ripetuti più volte con sfumature solo leggermente diverse
Devono essere cariche di valenze agonistiche, perché lo scontro e la lotta caricano di una intensità maggiore il ricordo\
Infine, la necessità di mantenere intatte le informazioni attraverso la memoria tende a bloccare l'elaborazione individuale, dato che qualsiasi cambiamento che venga introdotto nel contenuto affidato alla memoria rischia di alterarne, magari per sempre, il significato complessivo originario.
Di conseguenza le società oraliste sono di necessità tradizionaliste e conservatrici, contrarie a ogni cambiamento.


La scrittura ha modificato la mente umana e il suo modo di funzionare. [Cfr W.J. Ong, Oralità e scrittura. La tecnologia della parola]
Prima di tutto, stacca chi riceve la parola da chi la scrive impedendo la risposta diretta.
L'unica esperienza paragonabile nella cultura oralista era il caso dell'oracolo: quando la sacerdotessa di Delfi, per esempio, sotto l'influsso del dio vaticinava e rispondeva alla domanda posta dal visitatore, questi non poteva rispondere.
Il testo scritto, e in seguito a maggior ragione la stampa, si limita a trasmettere il messaggio del vero autore, e continua a ripetere, ostinatamente, le stesse cose qualsiasi sia la reazione di chi l'ha letto. I libri sono, alla lettera, inconfutabili: per questo, forse, sono stati semplicemente bruciati.

Esprimersi per iscritto ha modificato una volta per tutte i processi mentali perché «l'intelligenza è autoriflessiva» [Ong, 3] e quindi proietta verso il suo interno gli strumenti che usa verso l'esterno.

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