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La sapienza greca prima della filosofia

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La filosofia greca, il primo tassello di ciò che chiamiamo «filosofia occidentale», non nasce dal nulla.

La filosofia, in qualunque modo si voglia intendere, deve rispondere a un bisogno fondamentale dell'uomo, ovvero alla necessità di orientarsi nel mondo e nella vita, individuando un significato e una struttura generali nell'esistenza.


La sophia prima della filo-sophia

Nel lungo periodo che precede la filosofia esisteva la «sophia», ossia la sapienza: un sapere orale, formulato negli oracoli dei principali santuari ellenici e trasmesso di generazione in generazione.

Ci è impossibile risalire direttamente a questo strato profondo e originale della cultura greca perché nulla di esso ci è pervenuto. Quello che sappiamo o che crediamo di sapere dobbiamo ricostruirlo dalle poche tracce che ne sono rimaste nella letteratura posteriore, ossia attraverso delle fonti scritte che per il fatto stesso di essere scritte e non orali alterano il senso di quello che stanno comunicando. L'immagine che abbiamo oggi della «sapienza» prefilosofica rischia quindi per forza di cosa di essere parziale e distorta.

Tuttavia i greci del V-IV secolo a.C. concepivano se stessi come eredi di quella «sapienza» ancestrale e misteriosa, tanto che la stessa parola «filosofia», amore della sapienza, viene usata da Platone per indicare il bisogno di tornare o almeno di tendere a un sapere, a una «sophia», che già allora, nel V-IV secolo a.C. appunto, era andato perduto [Colli 1975:13].

Il sapiente per i greci del VII e VI secolo non è colui che semplicemente «sa tante cose» e neppure colui che è scaltro, o abile nella produzione di oggetti: per capirci, l'Ulisse omerico non è un sapiente.

Il sapiente invece è colui che è capace in qualche modo di cogliere o almeno intuire il futuro dell'uomo e del mondo [Colli 1975:15].

La «sapienza» quindi, per la sua capacità di previsione, è collegata in qualche modo all'arte della divinazione, ossia alla conoscenza degli eventi futuri e alla loro divulgazione attraverso la parola dell'oracolo.

Molti popoli antichi praticavano la divinazione (si pensi per esempio all'aruspicina degli etruschi, la capacità di prevedere il futuro attraverso le viscere degli animali sacrificati alla divinità) ma solo i greci insistono così fortemente sul lato puramente conoscitivo e per così dire «teoretico» di essa. Essere sapiente significa essenzialmente saper prevedere il futuro e quindi saper organizzare il presente in vista di esso.




La dialettica e la sapienza

Il passaggio definitivo dalla «sophia» al pensiero razionale e discorsivo della filosofia avviene attraverso la dialettica, intesa come «arte della discussione... reale, tra due o più persone viventi, non escogitate da un'invenzione letteraria» [Colli 1975:73].

La dialettica così intesa si svolgeva esclusivamente in un contesto orale, dove aveva modo di esprimersi il suo carattere agonistico originale e fondamentale. In effetti mettere per iscritto una discussione dialettica la snatura completamente, sia perché appare guidata sin dall'inizio verso una determinata conclusione, sia perché il semplice fatto di essere presentata in una forma scritta introduce un terzo attore, ossia il lettore stesso, che non svolge lo stesso ruolo silenzioso e neutro del pubblico del dibattito verbale ma si pone come vero «giudice» tra i due contendenti.

La dialettica nasce dallo «sfondo tenebroso» dell'enigma delfico [Colli 1975:78]: questo significa che la ragione stessa emerge da una evoluzione della dimensione religiosa greca.

L'enigma delfico era detto «pròblema», ossia «ciò che viene gettato davanti» all'uomo da parte del dio, era l'ostacolo che l'uomo doveva superare per raggiungere il suo obiettivo.

«Pròblema» però è anche il termine tecnico con cui il filosofo Aristotele, nei suoi Topici, indica la domanda che dà inizio alla ricerca dialettica.

Questa domanda dialettica è sempre formulata in termini contraddittori, esattamente come l'enigma delfico.

La differenza tra l'enigma e la dialettica sta nel fatto che la dialettica è molto meno drammatica: non è in gioco la vita dei due contendenti, almeno non direttamente.

Nello scontro dialettico, colui che interroga pone all'altro una domanda sotto forma di alternativa tra due proposizioni tra loro contraddittorie. Questo significa che tra le due proposizioni non esiste una scelta intermedia; l'interlocutore è obbligato a scegliere una delle due tesi, ossia a dichiarare che una delle due è vera, e così facendo automaticamente sostiene che l'altra proposizione è falsa.

Colui che ha dato il via allo scontro dialettico deve allora dimostrare il contrario, ossia che la proposizione scelta dall'interlocutore come vera è invece falsa.

Questa risultato viene ottenuto attraverso una lunga serie di domande poste dall'interrogante, ossia da chi ha lanciato la sfida dialettica, domande cui l'altro (il rispondente) è obbligato a rispondere: «il collegamento unitario tra queste risposte deve appunto costituire il filo continuo della deduzione, al termine del quale, come sua conclusione, si ritrova la proposizione che contraddice la tesi» [Colli 1975:76]

La cosa essenziale è che dev'essere lo stesso interlocutore, ossia colui che risponde alle domande del dialettico, a dimostrare la falsità della propria scelta iniziale, proprio rispondendo alle domande che gli vengono poste una dopo l'altra. Perciò non c'è nessun bisogno di un giudice esterno ai due contendenti per stabilire chi vince e chi perde, perché è lo stesso rispondente che prima afferma la tesi e poi la confuta [Colli 1975:77]

Perciò, anche se in teoria il rispondente può vincere impedendo la confutazione della tesi che ha scelto, questo in realtà non avviene, almeno se colui che interroga ha posto bene la domanda iniziale e sa condurre la discussione in modo corretto. «C'è quasi una ritualità nel quadro dello scontro dialettico, che di regola si svolge di fronte a un pubblico silenzioso. Alla fine il rispondente deve arrendersi, se le regole sono rispettate, come tutti si attendono che debba soccombere, come per il compimento di un sacrificio» [Colli 1975:81].

La dialettica ha un impianto essenzialmente distruttivo e negativo. Dal punto di vista del dialettico, ossia di colui che propone il dilemma tra le due proposizioni, è indifferente quale delle due venga scelta dall'interlocutore: qualunque sia l'enunciato, infatti, il suo compito è di mostrarne la inconsistenza e l'eventuale vittoria del rispondente è dovuta solo all'incapacità del dialettico di condurre la discussione e non al fatto che la tesi sposata dall'interlocutore sia «vera» in se stessa.

Poiché entrambe le proposizioni dell'alternativa dialettica possono essere dimostrate come false, e poiché non esiste una terza possibilità, ne risulta che non esiste più nessuna verità

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