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La guerra in Grecia nel VI e V secolo a.C.

Indice dell'articolo


Nel dialogo le LeggiPlatone fa dire a un protagonista: «[la pace] non è che un nome: di fatto ogni stato, per sua stessa natura, si trova sempre con tutti gli altri in uno stato di guerra non proclamata» [Hanson 2001: 276].

Gli «stati» di cui parla qui Platone sono in realtà le città-stato greche, ossia centri di potere relativamente piccoli, nati dalla aggregazione di un certo numero di villaggi, che dovevano la loro importanza alla capacità di controllare il territorio nelle immediate vicinanze. Le caratteristiche del territorio greco, montuoso e frastagliato, erano sufficienti nella grande maggioranza dei casi a segnare in modo sufficiente i confini tra le rispettive zone di influenza.

Il senso della guerra in Grecia

Per ragioni economiche o di prestigio però ciascuna città entrava di fatto in conflitto molto spesso con quelle vicine. Tra il VII e il V secolo a.C. sembra che sia scoppiata in media una guerra ogni due anni circa. Non si trattava però di uno stato di guerra simile a quello cui ci ha abituato il Novecento: non era quasi mai una guerra senza quartiere finalizzata alla distruzione totale del nemico, né era prevista l'occupazione fisica permanente del territorio avversario, né tanto meno era concepibile una «resistenza» sotto forma di guerriglia fatta di imboscate e attentati. Lo stato formale di guerra poteva anche prolungarsi per anni, ma di fatto si riduceva a pochi scontri ad altissima intensità, nei quali si decideva tutto o quasi. Queste battaglie erano eventi fortemente ritualizzati, nei quali ogni aspetto era in un certo senso concordato (meno l'esito, evidentemente) e il cui scopo vero era quello di ridurre le perdite, per quanto fossero pesanti, al minimo indispensabile sia per il vincitore sia soprattutto per lo sconfitto.Quando una città stato decideva di attaccare un'altra città stato, mandava il proprio esercito a invadere il territorio del nemico e a devastarne i campi. Di solito questa iniziativa o anche la semplice minaccia era sufficiente per provocare la reazione degli assaliti, che raccoglievano tutte le loro forze e scendevano in campo aperto per contrastare gli invasori. In pura teoria, sarebbero state possibili altre strategie: per esempio, coloro che subivano l'invasione avrebbero potuto semplicemente chiudersi nelle mura della loro città e aspettare che il nemico se ne andasse; oppure avrebbero potuto organizzare una serie continua di piccoli e veloci attacchi alle truppe nemiche, sia di giorno sia di notte, sfruttando la migliore conoscenza del territorio; oppure avrebbero potuto attaccare a loro volta le terre del nemico, approfittando proprio del fatto che l'esercito nemico non potesse difenderle; o ancora avrebbero potuto combinare in varia misura tutte queste strategie o inventarne altre. Invece, nulla di tutto ciò. Durante la prima fase della guerra del Peloponneso, per esempio, Pericle dovette fare molta fatica a convincere gli ateniesi a rifugiarsi dietro le possenti fortificazioni di Atene, le cosiddette «Lunghe mura» che collegavano la città al mare, proprio perché la tradizione imponeva che il nemico invasore venisse contrastato in campo aperto e che la guerra venisse decisa con una sola battaglia in campo aperto.

Per un elenco delle guerre in Grecia nel V secolo,
vedi: Pievatolo,
Le guerre del V secolo

Questa scelta appare ai nostri occhi tanto più strana se si riflette sul fatto che la devastazione delle campagne, per essere veramente efficace, richiedeva molto tempo e un grande dispiego di energie, dato che andava compiuta esclusivamente a mano, e quindi era una minaccia meno grave di quella che poteva apparire a prima vista. L'incendio dei campi di grano, l'unica opzione realistica per infliggere un grave danno all'economia del nemico in tempi brevi, era possibile solo nel breve periodo compreso tra la maturazione del grano e il suo raccolto, ma paradossalmente i soldati invasori, anch'essi proprietari terrieri, non potevano sfruttarlo in pieno proprio perché erano essi impegnati nelle operazioni di mietitura.[Hanson 2001: 59-61]

La scelta di affrontare i nemici in campo aperto quindi non era obbligata, quindi, ma era davvero il frutto di una decisione condivisa sia dalla popolazione attaccata sia dall'esercito invasore.

Il combattimento che ne scaturiva era molto semplice: non si compivano elaborate manovre tattiche, non si tenevano truppe di riserva pronte a piombare sul nemico alle spalle, non si cercava di manovrare con la cavalleria o con le truppe ausiliarie e neppure si cercava di sfruttare il terreno per guadagnare qualche vantaggio tattici, per esempio schierando la falange in cima a una collina o dietro un fiume. Semplicemente, i due eserciti si schieravano l'uno di fronte all'altro e quindi andavano all'assalto per decidere il più rapidamente possibile il vincitore. È questo aspetto «consensuale» e codificato che rendeva lo scontro tra falangi oplitiche così terribili.
Le armi

Questo modo di combattere dipendeva strettamente dalla nuova panoplia di armi che cominciarono a diffondersi a partire dal VII secolo a.C.

L'elemento più caratteristico era lo scudo rotondo, del diametro di oltre un metro, concavo, realizzato in legno e rivestito di bronzo. Era detto hoplon, e quindi chi lo portava era detto hoplitès: oplite, ossia «il soldato con lo scudo». Era uno strumento difensivo pesante (circa 8-9 kg) e ingombrante, che andava sostenuto con tutto l'avambraccio sinistro.

L'oplite poi indossava un pesante corsaletto in lamine di bronzo, del peso di una trentina di chilogrammi, e un elmo, del peso di circa due kg, che proteggeva il capo, il collo e in parte le guance e la mascella ma riduceva anche in modo sensibile il campo visivo e la capacità di sentire.

Come armi offensive l'oplite aveva una lancia, lunga circa due metri, con una punta metallica a entrambe le estremità, e una corta spada.

Non sappiamo se sia stata l'adozione di queste armi a generare la tattica del combattimento, o se viceversa l'apparizione di questo nuovo modo di combattere abbia fatto sviluppare le armi più adatte. In ogni caso la fanteria corazzata oplite combatteva in formazioni serrate e compatte, profonde di solito otto fila, in cui gli uomini stavano letteralmente spalla a spalla. In questo modo, ciascun combattente proteggeva col proprio scudo non solo se stesso ma in parte anche il proprio compagno di sinistra. La fila degli opliti, vista dal davanti, doveva assomigliare a una specie di muraglia mobile, dietro alla quale si godeva di una certa protezione. Era essenziale quindi mantenere lo schieramento iniziale nel modo più preciso possibile per poter godere di questo importante vantaggio. Una conseguenza tipica di tutto ciò era che le falangi mentre avanzavano tendevano a spostarsi verso destra, proprio perché ciascuno tendeva a spostarsi leggermente su quel lato per farsi proteggere dallo scudo del compagno.

Questa tattica, così innaturale da molti punti di vista, dava ai greci un vantaggio decisivo quando dovevano scontrarsi con eserciti non ellenici, come per esempio i persiani. Questi non solo non avevano la protezione della corazza, ma soprattutto avevano una tattica che prevedeva un combattimento fluttuante, fatto di attacchi e di ritirate, che non richiedeva la capacità di restare fermi al proprio posto: perciò, pur avendo una schiacciante superiorità numerica, venivano sistematicamente massacrati e persero quasi tutte le battaglie contro i greci (con l'importante eccezione delle Termopili).


Le fasi della battaglia

Prima del combattimento le falangi si schieravano sul terreno scelto per lo scontro e di fermavano a lungo, come per studiarsi. I soldati cercavano di evitare fino all'ultimo la fatica di indossare la corazza, l'elmo e lo scudo (durante l'estate greca è facile passare i 35° di temperatura), che venivano trasportati sul campo di battaglia dagli assistenti personali degli opliti. Quando uno dei comandanti decideva di attaccare, veniva intonato il peana, ossia il canto che annunciava l'inizio del combattimento, le armature venivano rapidamente indossate e i servitori allontanati. Così Plutarco descrive una falange greca alla battaglia di Platea (479 a.C.): «La falange assunse in un baleno l'aspetto di un animale che, inferocito, si pone in guardia e drizza il pelo» [Aristide, 18.2, citato in Hanson 2001: 135]

I soldati si avvicinavano lentamente fino a un centinaio di metri circa dal nemico, quindi acceleravano progressivamente per prendere il massimo slancio possibile. Questa fase del combattimento, la carica (efodos o epidrome in greco), era breve ma molto delicata, perché era facile perdere l'allineamento se i soldati non correvano tutti alla stessa velocità: quando questo avveniva gli uomini arrivavano a contatto con la falange nemica non tutti insieme ma a piccoli gruppi, che potevano essere massacrati con relativa facilità. In questa fase bastava molto poco a perdere l'allineamento (anche un semplice fossato, per esempio), e perciò entrambi i comandanti sceglievano con molta cura il luogo del combattimento, che doveva essere pianeggiante e senza ostacoli. In ogni caso, solo le prime file riuscivano a vedere esattamente dove stavano andando: gli altri si limitavano a seguire.

Se entrambi le falangi riuscivano a rimanere compatte fino in fondo, al momento del cozzo, o dorathismós, l'abilità di ciascun combattente consisteva nel colpire un avversario con la lancia cercando di infilare la punta tra gli scudi che gli si paravano dinanzi. Se ci riusciva poteva ferire abbastanza facilmente il nemico alla coscia o all'inguine, che erano senza protezioni, mettendolo fuori combattimento.

Questa carica veniva portata avanti proprio fino all'ultimo: le due prime linee si scontravano perciò a una velocità relativa di circa 16 km all'ora, dato che gli opliti con circa 40 kg di armatura addosso non potevano correre a più di 8 km/h, con lo scopo di «assestare un primo colpo, tramite la collisione, che costringesse letteralmente il nemico a rinculare, permettendo ai soldati di penetrare in massa nelle ulteriori brecce che si creavano lungo la linea»[Hanson 2001:202]

Tuttavia in questo sforzo violento non bisognava mai perdere di vista i compagni, per non perdere l'allineamento con loro: l'esercito doveva sempre agire come una cosa sola. Si vede qui un carattere particolare e in un certo senso contraddittorio della battaglia greca: i soldati dovevano «scatenarsi con furia selvaggia nel cozzo iniziale conservando però il controllo assoluto di tanta furia per avanzare tra le colonne nemiche con una disciplina assoluta» [Hanson 2001:218]

Dopo il primo cozzo, o al massimo dopo i primi colpi, le lance si spezzavano e gli opliti per continuare a usarle dovevano rovesciarle e usare la punta montata sull'estremità inferiore. Quando anche queste diventavano inservibili estraevano in qualche modo le spade e cominciavano a menare fendenti più o meno alla cieca su chiunque si trovasse davanti. Il nemico era così vicino e così fitto che era impossibile sbagliare un colpo. Questo spiega perché si riteneva che gli opliti non avessero bisogno di un particolare addestramento all'uso delle armi e che non dovessero quindi perdere molto tempo a prepararsi al combattimento, dato che le doti più importanti nel momento della battaglia erano soprattutto di carattere morale.

In effetti solo gli spartani, tra tutti i greci, dedicavano molto tempo a prepararsi a combattere. «Tutta la guerra, se è questa la parola giusta, consisteva in una sola ora di aspro scontro tra opliti dilettanti consenzienti e coraggiosi, non in una serie di combattimenti tra uccisori prezzolati e addestrati» [Hanson 2001: 62]

Durante questo combattimento corpo a corpo (en kersì) ogni ordine nello schieramento andava perso. Gli uomini non potevano né vedere né sentire bene a causa dell'elmo; erano spinti e strattonati dalla calca dei propri compagni; dovevano cercare di difendersi dai colpi nemici (ma anche da quelli involontari dei propri amici) e nello stesso tempo tentare di colpire gli avversari. In questo caos nessuno, e men che meno i comandanti, riusciva ad avere un quadro chiaro della situazione ed era molto frequente il fatto che soldati dello stesso schieramento si colpissero o addirittura si uccidessero tra loro, visto che le armature erano tutte sostanzialmente identiche, non esistevano le uniformi e molto spesso i contendenti parlavano lo stesso dialetto greco. Per questo sono molto rare le citazioni di soldati che si vantano di aver ucciso un gran numero di nemici; per lo stesso motivo, i premi conferiti dopo la battaglia erano conferiti per ragioni diverse (per esempio, venivano riconosciuti a chi era rimasto nei ranghi anche in situazioni difficili, o a chi aveva salvato la vita di un compagno o ancora a chi era entrato per primo nel campo nemico).

Nella mischia che si creava al momento del cozzo solo le prime tre fila di uomini potevano effettivamente combattere sperando di ferire i nemici con le lance. I soldati delle altre fila però non erano solo dei testimoni passivi del combattimento, pronti al massimo a subentrare ai loro compagni caduti. Una volta che si era arrivati al contatto fisico diretto e si era formata la mischia, il loro compito era quello di spingere letteralmente i propri commilitoni in avanti, per consentire loro di aprirsi a forza un varco nello schieramento avversario: era la fase detta della othismós, o «pressione» [Hanson 2001: 221].

«In altre parole, ciascun oplite premeva con il centro del proprio scudo sulla schiena dell'uomo davanti a lui... in base alle ricostruzioni dello scudo dell'oplite, alle testimonianze dei dipinti su vaso e alle indicazioni nella letteratura greca, sappiamo che il bordo superiore del modello concavo greco era previsto per quella spinta costante; l'oplite appoggiava lo scudo sulla spalla mentre lo premeva contro la schiena dei compagni davanti a lui. In quel modo il peso veniva distribuito su tutto il corpo anziché sul solo braccio sinistro, mentre l'ampia superficie dello scudo faceva sì che la pressione si distribuisse in modo uniforme lungo tutta la schiena dell'uomo davanti, senza essergli d'ostacolo né fargli perdere l'equilibrio». [Hanson 2011: 224]

 Siccome le retroguardie di entrambi gli schieramenti spingevano con tutte le loro forze in questa specie di tiro alla fune, i soldati delle prime file restavano del tutto intrappolati e spesso, quando venivano uccisi, non avevano fisicamente lo spazio dove cadere. La linea del fronte era tutto un ondeggiare avanti e indietro di soldati così stretti tra loro che se anche avessero voluto non avrebbero potuto scappare. Chi fosse caduto a terra aveva poche possibilità di rialzarsi e molte di venire schiacciato e calpestato a morte dai propri compagni (in caso questi avanzassero) o dai nemici.

 «I due eserciti diventano un intrico e un amalgama indissolubili, perché gli uomini premevano gli uni contro gli altri di fronte, di fianco e dietro»[Hanson 2001:200] 

Il crollo finale 

Erano i soldati delle retrovie di uno dei due schieramenti, invece, che per un qualche motivo finivano per convincersi che la battaglia era perduta, che le prime fila erano state massacrate e che l'unica speranza di sopravvivenza era nella fuga. Indubbiamente oltre al fattore fisico della stanchezza (una battaglia probabilmente non durava più di un'ora) risultava decisivo il fattore morale: un ondeggiamento, un'incertezza, un momentaneo sbandamento venivano interpretati dai soldati delle ultime file come il segnale che i loro compagni delle prime fila avevano perso. Quando questo accadeva tutto il fronte della falange poteva cedere di schianto, non appena i soldati delle prime tre file non sentivano più alle loro spalle la pressione soffocante ma anche rassicurante dei compagni e a loro volta si voltavano per fuggire: era il crollo finale o tropé

 «Se per qualche motivo inesplicabile uno o due soli opliti rompevano le righe, l'improvviso arretramento veniva immediatamente percepito da chi era vicino, che non poteva fermarsi a contestare quella decisione ma la seguiva d'istinto, quasi che i pusillanimi avessero individuato un ignoto pericolo mortale» [Hanson 2001: 234] 

 Per questo motivi i comandanti avevano cura di distribuire i soldati più esperti non solo nelle prime tre file ma anche nell'ultima, in modo da tenere sotto controllo il più possibile gli uomini meno affidabili, che venivano schierati nelle file centrali.

 La fuga tuttavia, paradossalmente, era molto più pericolosa del combattimento stesso. Fin quando una falange riusciva a mantenere la formazione, infatti, i soldati potevano proteggersi a vicenda; quando i ranghi venivano rotti e tutti si davano alla fuga, era facile per gli inseguitori attaccare in massa i singoli soldati isolati uccidendoli a uno a uno. Il massacro era reso più facile dal fatto che di solito, per scappare più in fretta, i soldati sconfitti abbandonavano il pesante scudo, restando così quasi privi di difesa; si ricordi inoltre che il corsaletto della corazza proteggeva soprattutto il petto e lasciava quasi indifesa la schiena, che nel momento della fuga diventava un facile bersaglio per le lance e le spade dei nemici. Infine, era in questo momento della battaglia che interveniva la cavalleria dei vincitori, rastrellando il campo di battaglia per inseguire e uccidere i soldati nemici isolati.

 L'unica speranza di salvarsi per i soldati sconfitti era di mantenere la calma e riformare piccoli gruppi di combattenti che, lottando con la forza della disperazione, potevano farsi strada tra i nemici e arrivare alla salvezza. Famoso in questo senso è l'episodio di Socrate che, dopo la grave sconfitta dell'esercito ateniese a Delio nel 424, tenne lo scudo e riorganizzò attorno a sé un piccolo gruppo di compagni, tra cui Alcibiade, guidandoli fino alla salvezza. 

 Proprio perché la battaglia finiva in un modo brusco e netto, la percentuale delle perdite nei due eserciti era molto diversa: durante la fase della mischia ciascuno schieramento perdeva circa il 5% dei suoi effettivi, ma dal momento in cui una delle due formazioni aveva ceduto di schianto le sue perdite salivano vertiginosamente, raggiungendo forse un totale del 20% circa degli effettivi impiegati.

 Se non altro, dopo un simile massacro era chiaro chi avesse vinto e chi avesse perso, e questi ultimi accettavano il verdetto per evitare perdite ancora maggiori alle loro case e alle loro proprietà.

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