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L'essere e il principio di non contraddizione in Aristotele

Aristotele scrisse trattati, conferenze, appunti per uso personale senza mai raccogliere questo materiale in un'opera sistematica di metafisica. Il libro che porta questo nome è, come noto, opera di un redattore successivo (probabilmente Andronico di Rodi) che scelse, per la silloge di testi disparati che seguiva quelli che trattavano della realtà diveniente, un titolo assolutamente neutro: "I libri che stanno dopo quelli che parlano di fisica". In greco l'espressione usata suonava "ta metà ta physikà". Da qui la parola latina e poi italiana "metafisica".  

L'opera è divisa in libri, che vengono indicati secondo le lettere dell'alfabeto greco. Il libro Gamma (che però è il quarto libro perché il libro Alfa è seguito da un Alfa èlatton, cioè "minore") è un trattato sull'essere e sui primi principi, particolarmente curato sotto il profilo espositivo, e indubbiamente impegnativo sotto il profilo speculativo e può essere usato come punto di partenza per l'esposizione e la discussione sia del concetto di esistenza in Aristotele sia dei principi logico-ontologici (in particolare il principio di non contraddizione).

Il concetto di esistenza

Il libro Gamma si apre con la esplicita affermazione secondo la quale "c'è una scienza che assume come oggetto di indagine l'essere in quanto essere e le proprietà che ad esso convengono essenzialmente" . Questa posizione rappresenta per Aristotele il punto di arrivo di un lungo cammino di riflessione: nelle Categorie (notoriamente una delle prime opere di Aristotele) parla di essere solo sul piano semantico, nel libro Lambda della Metafisica (altro scritto giovanile) nega la possibilità di una teoria generale dell'essere perché esistono più tipi di essere. Solo in Gamma, appunto, viene formulata l'analisi definitiva del concetto di essere. L'intuizione nuova e decisiva di Aristotele è contenuta all'inizio del secondo capitolo: "essere" è una parola che non è né univoca né equivoca, e che può venire usata con molti significati i quali però fanno però riferimento a un unico "punto focale", che è qualcosa di reale. Per indicare questa realtà primaria dalla quale tutti i sensi possibili della parola "essere" traggono la loro consistenza Aristotele usa diverse espressioni, tra cui ousia e to on e on.

La chiave di volta per l'argomentazione aristotelica è l'identificazione dell'"uno" e di "ciò che è": "sono una medesima cosa e una realtà unica, in quanto si implicano reciprocamente l'un l'altro... anche se non sono esprimibili con una sola nozione". Aristotele aveva già identificato i due concetti sul piano semantico: qui invece l'identificazione è reale. Dove c'è unità c'è esistenza, dove l'unità vien meno anche l'esistere scompare. Dire "un uomo" è la stessa cosa che dire "uomo esistente". Per dirla con le parole di Aristotele: "l'aggiunta, in questi casi, non fa che ripetere la stessa cosa".

Il primo principio

La discussione sul concetto di esistenza non si esaurisce con questa identificazione con l'uno, ma è il trampolino di lancio per la ricerca di un principio primo.

Infatti Aristotele nota che "spetta a un'unica episteme (cioè a un unico sapere rigoroso e fondato) l'indagine di ciò che è in quanto è e di ciò che gli appartiene proprio in quanto è qualcosa di esistente" . Subito dopo, all'inizio del terzo capitolo, precisa che quanti studiano l'esistere devono occuparsi anche di "quelli che in matematica sono detti assiomi".

Tutti devono servirsi di tali assiomi, dal momento che essi riguardano ogni realtà esistente, in quanto esistente. Il filosofo si distingue dagli altri perché non considera la realtà da questo o quel punto di vista, ma si concentra solo sul fatto che essa esiste, e si sforza di portare alla luce le caratteristiche che le competono in quanto esistente. Per questo, nota Aristotele "nessun tipo di ricerca che, come la geometria o l'aritmetica, considera un campo particolare dell'essere, si adopera per stabilire qualcosa intorno" agli assiomi, mentre questo è appunto il compito specifico del filosofo.

La filosofia, intesa come riflessione sull'essere, ha perciò un ruolo guida nei confronti delle varie scienze. Queste infatti si fondano su ipotesi, ma "non può essere un'ipotesi ciò che è necessariamente richiesto per la conoscenza di qualsiasi essere" . La prima caratteristica che Aristotele assegna al suo principio primo è perciò di essere di un principio anipotetico. La seconda caratteristica è di essere "il più noto", e di conseguenza "il più sicuro di tutti" e tale che intorno a esso "è impossibile cadere in errore" .

La formulazione del principio

La più nota formulazione del principio suona: "È impossibile che la stessa cosa convenga e nello stesso tempo non convenga a una stessa cosa e per il medesimo rispetto".
Tale formulazione è prescrittiva sul piano logico-formale (ossia esprime le condizioni alle quali soltanto è formulabile un discorso che abbia un significato), e impone che il pensiero sia non contraddittorio: di qui il nome con cui il principio è generalmente noto, ovvero principio di non contraddizione (d'ora in poi Pdnc). In questa formulazione Aristotele pone delle condizioni al costituirsi di un pensiero e di un discorso che vogliano essere dotati di significato: queste condizioni sono il tempo e il punto di vista.
È illuminantecommentare le due righe che seguono: "e si aggiungano pura anche tutte le altre determinazioni che si possono aggiungere, al fine di evitare difficoltà di indole dialettica". Qui si tocca con mano lo sfondo concreto del dibattito filosofico su cui si staglia la formulazione aristotelica. sfondo affollato da cavillosi sofisti eristici che si vantavano di poter far cadere chiunque in contraddizione affermando che ogni discorso in realtà è contraddittorio e perciò la verità non esiste. Questo risultato però era ottenuto formulando le domande in modo da non tener conto proprio delle due condizioni fondamentali imposte da Aristotele, il tempo e il punto di vista.

I limiti di validità del principio

Quando si discute del principio di non contraddizione prima o poi emerge sempre un dubbio: quali sono i limiti entro i quali il principio di non contraddizione è valido? Ovvero: il principio di non contraddizione è un principio solo del pensiero o anche della realtà?
Da un punto di vista strettamente storico, si tratta di un falso problema, che può nascere soltanto in un clima di "dualismo" tra il pensiero e l'essere. Per Aristotele invece, che è lontanissimo da ogni forma di materialismo moderno, "non ha alcun senso domandarsi che cosa siano le cose "in sé", poiché il nostro pensiero è in certo modo tutto l'essere" , o come dice Aristotele stesso, "l'anima è in qualche modo tutte le cose". A differenza di Platone, per Aristotele non esiste un livello della realtà distinto dalle forme dell'espressione. Il punto di partenza, l'esperienza, è un caos di impressioni in cui il linguaggio mette ordine. Per questo una norma che riguarda il costituirsi del discorso è per Aristotele, allo stesso tempo, una norma della realtà.

 

La fondazione del principio

Aristotele avverte con grande chiarezza che è impossibile dimostrare il primo principio, se dimostrare significa ricondurre qualcosa di meno evidente a qualcosa di più evidente di per sé. Da un lato, come ricorda Aristotele stesso, "è impossibile che ci sia dimostrazione di tutto: in tal caso si procederebbe all'infinito, e in questo modo non ci sarebbe affatto dimostrazione" . Se bisogna fermarsi da qualche parte, allora il Pdnc sembra essere il più adatto a godere della proprietà di non aver bisogno di una dimostrazione. E tuttavia è possibile una fondazione di questo principio per via elenchica o confutatoria che però per stabilirsi ha bisogno di un avversario che "dica qualcosa" , e precisamente che formuli l'ipotesi della falsità del Pdnc.

Prima e senza questa dialettica, il Pdnc resterebbe si evidente, ma privo di quella riflessione che ne garantisce la verità. "La norma da seguire... non consiste nel pretendere che l'avversario riconosca che qualcosa è o non è", perché questo è esattamente quello che l'avversario nega si possa fare. Detto altrimenti: non è possibile obbligare il negatore del Pdnc a riconoscere la validità del principio cercando di fargli ammettere che, per esempio, "questa penna è rossa o non lo è", perché per lui è proprio quello che non è possibile fare. Il procedimento corretto consiste nel chiedere che l'interlocutore "dia un significato alle parole che pronuncia, e per sé e per gli altri: di ciò non può fare a meno, sempreché voglia dire qualcosa".

Se l'avversario nega che le proprie parole abbiano un significato, cessa con ciò stesso di essere un avversario, perché quello che emette con la bocca non sono più paroli ma semplici suoni. La condizione per cui un significato sussista è che sia determinato, ossia distinto da tutti gli altri e identico a se stesso. Non serve obiettare che una parola può avere molti significati, perché possono essere facilmente distinti, per quanto numerosi siano, assegnando loro nomi diversi. Se poi si obiettasse che una parola può avere infiniti significati, si farebbe in realtà collassare il significato della parola su se stesso, perché ciascuna parola significherebbe letteralmente tutto e il contrario di tutto e non si distinguerebbe più da nessun'altra: "il non significare qualcosa di determinato è un non significare nulla", il che equivale a dire che "non si pensa più nulla se non si pensa un che di determinato;... se invece si riesce a pensare, si dovrà indicare con un unico nome ciò che si pensa" . Questo è vero perfino a livello di conoscenza sensibile, cioè di quel tipo di conoscenza che sembra attestare la continua trasformazione delle cose e perciò la negazione del Pdnc: questo oggetto che ho tra le mani a me sembra caldo, a te freddo, e sembrerà freddo anche a me tra un po'... Ma proprio l'analisi della conoscenza sensibile si trasforma nella conferma trionfale del Pdnc, nella prima formulazione datane da Aristotele. Se si considerano le condizione che venivano poste (tempo e punto di vista), ci si accorge che il senso, a proposito di una certa qualità (cioè del significato della parola con cui indichiamo quella qualità), si pronuncia sempre nello stesso modo. Il "dolce", in quanto dolce, è sempre identico a se stesso: cambiano solo gli oggetti, in tempi diversi e sotto diverse prospettive.

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