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L'essere e il non essere nella filosofia classica

Indice dell'articolo

Essere: esistenza pura, essenza non limitata da alcuna determinazione.

 

Il problema dell’essere è posto per la prima volta da Parmenide, il quale nell’indagine sull’archè (principio di tutte le cose) si pone per primo il problema della realtà come puro e semplice essere, senza determinazioni accidentali.

L’essere e il non-essere sono la suprema coppia di contrari, ma il non-essere non è per definizione, dunque esiste solo l’essere: l’essere “è e non è possibile che non sia”, il non essere “non è ed è necessario che non sia” (fr. 2, versi 3-5). Permenide utilizza una logica di tipo dualistico basata su termini contradditori e, affermando l’inesistenza del non-essere, assolutizza l’essere (eterno e immutabile), giungendo ad ingaggiare una lotta contro la conoscenza sensibile che attesta l’esistenza di una molteplicità diveniente. Si innesta qui la polemica contro gli eraclitei, che con la tesi del pantha rei (tutto scorre) affermano la perenne mobilità di tutte le cose e pongono, a detta di Parmenide, l’essere e il non-essere sul medesimo piano.

Ci troviamo qui di fronte alla ben nota aporia[1] eleatica: il pensiero mostra che le cose sono e non possono non essere, mentre l’esperienza sensibile attesta che esse divengono poiché nascono e periscono.

Se dunque il principio parmenideo salva l’essere ma perde i fenomeni, si è reso necessario che dopo di lui la filosofia imboccasse un percorso teso a salvare insieme l’essere e i fenomeni. In questo senso, e con soluzioni distanti e originali, si muovono Platone ed Aristotele.

 

Platone, compiendo ciò che da lui stesso è definito il “parricidio” di Parmenide, nel Sofista introduce la possibilità del movimento e della molteplicità nel mondo delle idee (che pure identifica con l’essere assoluto di matrice eleatica) affermando che il non-essere è, se inteso nel senso di “diverso”, principio per cui un’idea non è alcuna delle altre.

Allo stesso modo a proposito del mondo sensibile egli va a riformare il discorso parmenideo, concedendo ai fenomeni, per poterli spiegare, una loro realtà e un loro essere, che risulta strutturalmente altro dal vero essere, in quanto si presenta diviso e condizionato dal non-essere, ma che pur sempre è.  Con ciò viene ammessa la presenza di una struttura gerarchica nell’essere, nella quale il mondo fisico, che è essere in divenire, è concepito come intermedio fra essere puro e non-essere e pertanto non è l’essere (puro), ma ha l’essere per la sua partecipazione al mondo delle idee.

Dunque se l’essere puro viene colto con l’intelligenza (nous) alla stregua di Parmenide e reso oggetto di conoscenza certa (episteme), Platone ammette anche la possibilità di cogliere il divenire mediante i sensi e renderlo oggetto d’opinione (doxa). In tal modo il mondo fenomenico è salvato.

 

Aristotele, prendendo le mosse dall’univocità e unicità eleatica dell’essere, che ha portato all’immobilizzazione di tutta la realtà e, in stretta polemica con essa, formula il grande principio dell’originaria molteplicità dei significati dell’essere. L’essere non ha significato univoco e neppure equivoco, bensì analogo: l’essere esprime significati diversi, ma tutti aventi relazione con un’identica realtà, la sostanza. E l’unità dei vari significati dell’essere deriva dal fatto di essere detti in relazione alla sostanza.

I significati dell’essere sono:

·          essere secondo le categorie

·          essere secondo l’atto e la potenza

·          essere come vero e falso

·          essere accidente (essere che dipende da un altro essere)

I significati del non-essere sono:

·          non-essere secondo le categorie

·          non-essere come potenza (non essere in atto)

·          non-essere come falso

L’essere come accidente non ha un corrispettivo non-essere poiché è già di per sé vicino al non-essere.

Soffermandoci poi sui fondamentali concetti di atto e potenza, possiamo vedere come Aristotele abbia potuto risolvere le aporie eleatiche del divenire e del movimento, in quanto divenire e movimento avvengono nell’ambito dell’essere, non segnando essi un passaggio dal non-essere assoluto all’essere ma dall’essere in potenza all’essere in atto, ossia da essere a essere. Anche Aristotele ha salvato così il mondo fenomenico.

 

Plotino riprende e radicalizza il motivo platonico-aristotelico che identifica in qualche modo il non-essere con la materia, affermando che esso è quel principio inerte su cui agisce l’anima del mondo e dal quale traggono origine l’imperfezione, la molteplicità e il male.

La materia sensibile deriva dalla sua causa (l’Uno) come estrema tappa del processo, tappa in cui la forza produttrice si indebolisce fino ad esaurirsi completamente, divenendo pertanto esaurimento totale e privazione della potenza dell’Uno, perciò dell’Uno e, in ultima analisi privazione del Bene (poiché esso coincide con l’Uno).

Si comprende perciò che Plotino possa definire la materia sensibile come non-essere, in quanto con tale espressione si vuole indicare non il nulla, bensì il diverso dall’essere, cioè dalla materia intelligibile che è essere. La materia sensibile non è positiva capacità di ricevere la forma, come quella intelligibile, ma solo inerte e passiva possibilità di rifletterla, perciò deve necessariamente essere diversa dall’essere, proprio della materia intelligibile.



[1] Problema insolubile.

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