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Commento all' "uomo folle" di Nietzsche

Nel passo tratto da La gaia scienza (1882) Nietzsche descrive un uomo pazzo che annuncia agli uomini del mercato la morte di Dio. Tale affermazione rientra nella più globale considerazione che la metafisica è morta e l’uomo folle rappresenta la crisi della ragione che non permette all’Occidente di comprendere ciò che esso stesso ha compiuto, cioè di aver ucciso Dio. Si tratta di un folle che ha più coscienza di ciò che è avvenuto rispetto a chi lo circonda, pertanto la sua è una follia da elogiare. Il brano nietzschiano è ricco di simbolicità, dove per “simbolicità” di un concetto si intende la sua capacità di essere rinvio ad altro.


La presenza della lanterna rinvia all’aneddoto di Diogene, filosofo cinico che vagava con una lanterna accesa in pieno giorno per cercare l’uomo, pertanto capiamo che l’uomo folle è in realtà il più saggio, colui che è già consapevole della verità, una verità che gli altri uomini non riescono a vedere e comprendere. Perciò viene deriso, per la sua superiorità, la capacità di giungere dove gli altri ancora non possono: il destino del vero filosofo, colui che ha davvero compreso la verità, è l’incomprensione e la persecuzione. Ciò rimanda fortemente al “mito della caverna” di Platone, alla figura del filosofo che, contemplato l’Essere e la Verità, ridiscende nell’antro per liberare gli altri uomini e, schernito, va incontro alla morte. L’uomo liberatore è ritenuto folle da chi non è in grado di comprenderlo: gli uomini del marcato, ossia il resto dell’umanità. La sua lampada in frantumi rappresenta e segnala l’esigenza della rinascita in una nuova luce; e questo a sua volta denuncia che ormai nelle domande della filosofia non accade più nulla.


E il folle ha compreso ciò che è realmente accaduto: la metafisica è crollata trascinando con sé ogni valore. Ma la sua fine era già scritta all’atto della sua nascita, avvenuta nel VI secolo a. C. ed attribuita all’operato di Socrate, in realtà usato come maschera di Platone e Aristotele. Socrate è colui che per primo ha imbrigliato la spirito dionisiaco nelle maglie della razionalità e questo atto costituisce insieme la pietra miliare e tombale della metafisica, poiché con esso si è messa a tacere l’inquietudine dionisiaca imprigionata nel bello apollineo della ragionevolezza, spianando per sempre le passioni istintuali.
Si parla di Dio e Dio è stato posto a fondamento di altro, della metafisica, perciò non è guardato direttamente ma rinviato ad altro perché incute terrore. Ma l’uomo folle non cerca più il concetto di Dio, cerca la Persona, il “suo sangue”, cerca l’unità di apollineo e dionisiaco, di essenza e sostanza, quell’unità che esisteva nella grecità e che Socrate ha distrutto. Dio infatti è stato ridotto a mero concetto, assunto alla stregua di qualsiasi altro concetto, ed è divenuto talmente astratto che persino il suo sangue non sporca più.


Di fondamentale importanza il tema dello sguardo: le modalità di accesso alla realtà sono numerose e una di queste è la prospettiva. La prospettiva del folle è sua ma paradossalmente ci dice più cose degli uomini del mercato e lo sguardo fulminante che egli lancia agli altri rappresenta l’incontro tra lo sguardo stesso e la realtà che tali uomini hanno reso irreale: come se il folle dicesse “finalmente il vostro Dio è morto, il mio gronda ancora di sangue”.
L’impossibilità di ciò che si è compiuto uccidendo Dio, ossia “vuotare il mare”, “cancellare l’intero orizzonte”, “sciogliere la terra dal suo sole”, è legata alla struttura stessa di ciò che si è perso, Dio, ed è Dio stesso che rimanda all’idea dell’impossibilità. Onticamente è assurdo “bere il mare”, mentre dal punto di vista ontologico ci si chiede dove sia finito Dio, che era meglio del mare e del sole me che è stato trattato alla stregua di tali concetti.  Venendo meno Dio, non si ha nemmeno più un posto dove collocare se stessi, e i valori non hanno più senso dal momento che essi sono ancorati alla metafisica: tolta la metafisica, crollano anche i valori.


“Vengo troppo presto” afferma l’uomo folle. Perché l’ideale della filosofia è un uomo che deve ancora giungere, una nuova umanità ,uno stadio ulteriore dello sviluppo umano: il suo oltre-uomo è colui che ha condotto a nulla i valori precedenti, non semplicemente lamentandosi alla maniera di Schopenhauer, ma facendoli cadere, ponendo dunque in atto un nichilismo attivo e non passivo come quello presente nel socialismo, in Wagner e nello stesso Schopenhauer. L’oltre-uomo nietzschiano è l’essenza dell’umanità che entra nel compimento della propria epoca, è l’uomo la cui essenza è determinata dalla volontà di potenza ed è destinato ad assumere il dominio della terra.
Il nichilismo è il gesto supremo per mettere fine alla metafisica, ma esso è anche un periodo e un movimento storico, di una storia che deve ancora venire, come denota il fatto che il folle sostiene, mentre non viene ascoltato, che questa storia “è già la nostra sostanza”. Secondo una posizione di nichilismo attivo, nuovi valori devono sopraggiungere e portare alla definitiva caduta di quelli vecchi, e il valore dello sguardo va mantenuto (valore = sguardo, visione sul mondo) così come quello del soggetto centro di intenzioni e intenzionalità.


La volontà di potenza è il modo in cui Nietzsche reinterpreta il soggetto, il quale diventa un bisogno della logica e nient’altro. La sostanza che sta alla base del soggetto deve essere tolta in favore dell’energia: è come leggere la sostanza di Aristotele tutta dalla parte della forma escludendo la materia. Se il soggetto esiste ancora esso è un centro di energia, è propriamente volontà di potenza, la quale giudica ancora in base a dei valori e pone gli enti. Ogni ente infatti è in quanto posto dalla volontà di potenza. Il comportamento di ogni essere viene spiegato nei termini di volontà di potenza, ossia affermazione di sé e potenziamento della propria energia vitale, ma nell’uomo tale spinta si va a scontrare con la morale che inibisce e condanna istinto e vitalità, ossia il soggetto stesso che è volontà di potenza. Con la trasvalutazione dei valori il soggetto può imporsi per quello che veramente è, sciogliere le catene in cui è stato imbrigliato dalla metafisica e imporre nuovi valori, valori che si confanno al suo essere quale volontà di potenza, ossia recuperare i valori dionisiaci.


Nella conclusione del brano l’uomo folle afferma che le chiese sono i sepolcri di Dio, perché Dio è morto e le chiese contengono il crocifisso. Ma coloro che hanno ucciso Dio devono attendere il suo ritorno, l’imporsi della modalità della venuta di Dio al mondo non più come concetto ma come “sangue”.
La sentenza nietzschiana della morte di Dio equivale ad affermare la fine del soprasensibile e per questo la metafisica è metafisica del nulla. È giunta alla fine la modalità platonica del far filosofia, per la quale si sovrappongono altri mondi al nostro: è assurdo introdurre, alla stregua di Platone, una realtà ulteriore per spiegare il mondo sensibile. L’esperienza del platonismo è destinata a fallire nel momento stesso in cui nasce, perché cerca di dire qualcosa intorno al fondamento mentre di esso si non si può dire altro se non che è un non-fondato (ab-grund, cioè abisso).

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