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La metafora dell'isola

Nel secondo libro della Critica della Ragion Pura Kant introduce la divisione tra fenomeni e noumeni. Qui troviamo la ben nota “metafora dell’isola”, una metafora che si riferisce alla verità, quella verità che può essere colta dalla scienza: essa è una terra ben fondata e sussiste in un luogo ben preciso, quello dell’esperienza, che non è un qualcosa di immediatistico ma è un costrutto.
Questo luogo è un’isola dai confini immutabili, e ciò indica una separazione netta fra il dominio della verità e l’oceano della parvenza (illusorietà). La verità poggia su un dominio di strutture conoscitive legate a facoltà umane immutabili; l’oceano della parvenza è pronto a sciogliersi di fronte al procedimento critico. Non è possibile procedere oltre i confini e ottenere qualche certezza: è solo un’illusione, ma non è possibile sottrarsi a tale illusione. Il profilo epistemico ci dice che conoscere è sempre conoscere un oggetto dai limiti e contorni ben determinati, un oggetto preciso. Eppure, nonostante tali limiti, è per noi impossibile non subire l’illusione di fondersi con l’indeterminato e incrementare la nostra conoscenza: è un desiderio struggente di naufragio. Vogliamo tentare ugualmente l’impresa, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di dire che cosa sono l’uomo, Dio, il mondo.
Kant appare come il geografo della ragione umana proprio perché traccia il confine fra ciò che è sempre possibile entro il nostro orizzonte conoscitivo e ciò che lo oltrepassa, che si trova oltre il limite estremo. Kant fa in modo che non si rinunci all’esplorazione, ma che quest’esplorazione non avvenga attraverso il mare[1] noumenico dell’inconoscibile.

Questo non è l’unico strato di senso sotteso alla pagina kantiana: ve ne è anche un secondo.
Possiamo infatti leggervi la forma mentis di Kant: da un lato la lotta contro lo scetticismo e l’indeterminatezza dei sogni della metafisica, dall’altro il desiderio di espandere il sapere là dove non vada naufragando.
Le ragioni della spinta della ragione sono ragioni a cui essa stessa non può sottrarsi, ma che essa non conosce. Questo significa che nell’uomo vi è un’esigenza recondita di libertà e ciò costituisce il legame fra le tre critiche, conduce dalla Ragion Pura alla Ragion Pratica e al Giudizio: è il bisogno di trovare una plausibilità per la ricerca incessante della ragione, l’esigenza di conoscere ciò che vi è di più profondo nella natura (l’aspetto noumenico).
Soffermiamoci poi sul significato di confine: limite non è soltanto qualcosa che ci fa conoscere ciò che sta al di qua di esso, è anche ciò che traccia una linea fra due domini che si toccano, l’analitica e la dialettica della ragione. Confine è ciò che accomuna distinguendo e distingue accomunando. Kant traccia la mappa della dialettica, di ciò che si trova la di là dell’esperienza, delineando il concetto stesso di limite: esso è una soglia, è ciò che può dirigere al centro ma può anche gettare fuori strada, è solo un luogo di transito e non un punto di arrivo.
I confini dell’isola non sono riconducibili al limes (perimetro murario) ma al limen (soglia, porta): non esiste limes che non abbia limen. L’idea di confine si apre pertanto strutturalmente a un’ambiguità che è ciò che sfugge all’esperienza, coniugando, tenendo insieme i due estremi: analitica e dialettica, mondo fenomenico e mondo noumenico. Ciò riveste una certa importanza perché la problematica della capacità di giudizio non è una terza ragione, bensì il legame fra ragion teoretica e pratica, necessità e libertà.
Solo nella Critica del Giudizio Kant realizza appieno il programma del criticismo, tramite l’esposizione della finalità, in cui viene trovata nel mondo della natura la stessa tensione che struttura la volontà dell’uomo. E con la Critica del Giudizio diviene plausibile affermare insieme necessità e libertà, quella libertà che nella Critica della Ragion Pura è negata.
Se l’ambito della spinta dell’uomo è l’ambito della libertà, il mondo deve corrispondere a tale iniziativa, ma per farlo deve avere affinità con l’uomo stesso, con il suo animo desiderante, non può risultare opaco all’uomo.
Kant si attiene al programma illuministico volto a incidere con la ragione sul corso del mondo, ciò significa poter disporre sul meccanicismo del mondo, e questo diviene realizzabile grazie alla legge della libertà: introduce pertanto la libertà nella necessità. Ma ciò può avvenire se e solo se si dà una sorta di bacino comune fra libertà e necessità, tale per cui la necessità obbedisca alla libertà. Si esce così dal meccanicismo nel guadagno della finalità interna.
La capacità di Giudizio dice qualcosa di estremamente importante, dice che se potessimo pervenire alla radice comune di necessità e libertà troveremmo che da ultimo esse sono identiche, e lo troveremmo in un Essere Assoluto di cui non abbiamo concetto ma in cui possiamo avere solo fede.
Ecco l’esito del criticismo, esito dal quale partono il romanticismo e l’idealismo.
La parola chiave resta sempre il se: se potessimo, ma in realtà non possiamo. Restiamo nell’ambito del noumenico, non viene superato il terreno della Ragion pratica e neppure quello della Ragion teoretica, esse trovano la loro affinità nel limite che le separa.
Proprio qui parte il dibattito idealista sulla razionalità logica, sull’alterità, quel dibattito che avrà il suo culmine nella formulazione della dialettica hegeliana: il problema di tenere insieme alterità e identità, problema che ha inizio esattamente dal rapporto fra fenomeno e noumeno[2] e che avrà la sua esplosione speculativa con Nietszche. Tale problematica porterà ad esiti diversissimi, di carattere analogico con autori come Schiller e Novalis, e insieme di carattere speculativo con la formulazione della dialettica conoscitiva, ma non è da dimenticare che la radice comune di tutte le elaborazioni filosofiche e culturali dell’ottocento si ritrova esattamente nel sistema kantiano.

[1] La metafora nautica ha un riscontro nell’antropologia di questi anni.
[2] Il noumeno non è un oggetto platonicamente inteso, ma il modo di guardare ciò che appare. Ciascun oggetto può essere considerato fenomenicamente o noumenicamente.