Valle dell'Oetzl.
“Dillo con parole tue”, ovvero come usare Lens a scuola

In questi giorni, grazie a una mia studentessa, che devo chiamare solo I. per la privacy, ho scoperto una funzionalità del mio cellulare che non conoscevo: l’utilizzo della app Lens. Voi direte: ma che tardone che sei! scrivi e parli dell’uso delle ICT nella didattica e non conoscevi questo programma? E che vi posso dire? Così stanno le cose: non lo conoscevo. Google Lens è un’app mobile di riconoscimento delle immagini sviluppata da Google. Annunciata durante Google I/O 2017, è stata progettata per portare informazioni pertinenti utilizzando l’analisi visiva. Inizialmente veniva fornita come app a parte, in seguito è stata integrata nell’app Fotocamera di Android. (fonte: voce Google Lens su Wikipedia) Il trucco sta nell’uso delle reti neurali che permettono un riconoscimento quasi perfetto del testo scansionato. La cosa funziona così: si apre l’app, la si punta su un testo e si scatta una specie di foto. Il programma individua il testo e chiede cosa fare: scansionare il testo, tradurlo, cercare una parola… Scegliendo “testo” scansiona il testo, che viene evidenziato, poi ti chiede di nuovo cosa vuoi fare: il software (perché sempre di software si tratta, non di magia) può leggerlo oppure selezionarlo per la copia. A me interessa…

Una riflessione sull’innovazione didattica
Pensieri quotidiani , Riflessioni , Scuola / 13 Febbraio 2018

Cari colleghi impegnati nella trasformazione, io ho la sensazione che il “Movimento” (chiamo così tutto lo “stream” di esperienze più o meno tumultuose di questi ultimi vent’anni nel campo della innovazione didattica applicata al digitale) abbia trasmesso al resto dei colleghi una impessione forrtemente negativa: puntando costantemente sulla necessità di “innovare” abbiamo fatto passare forse l’impressione che gli “altri” non insegnassero bene; e questi “altri” (che nella stragrande maggioranza dei casi sono ottimi professionisti, con vasta esperienza e capaci di insegnare molto bene) si sono sentiti più o meno inconsiamente offesi e i sono tramutati nel mro di gomma che conosciamo bene. Forse avremmo dovuto inviare un messaggio diverso: suggerire cioè che l’informatica permette di fare tutto che loro già fanno, ma di farlo meglio. Insistere cioè non sul lato di rottura, ma su quello della continuità. Il cambiamento sarebbe venuto fuori comunque, nel tempo; ma forse con meno acrimonia. Che ne pensate?