Valle dell'Oetzl.
Come in un computer
Filosofia , Riflessioni , Scuola / 3 Febbraio 2019

Questa mattina stavo leggendo un saggio di Galen Strawson (si trattava di Quel che resta dell’Io, ma in reltà non è importante). A un certo punto Strawson cita il “vecchio esempio” di Locke secondo il quale la condizione necessaria e sufficiente per sapere cosa vuol dire “mangiare un ananas” è “mangiare un ananas”. Siccome io non sono uno specialista di Locke sono rimasto un pochino perplesso per questa formulazione (non mi sembrava tanto nello stile di Locke) e ho voluto controllare. Mi sono ricordato senza nessun particolare difficoltà che posseggo una copia del Saggio (un bellissimo libro, tra l’altro, edito da UTET) e che questa copia si trova stabilmente in salotto, nel ripiano della libreria dedicato ai libri della UTET (in seconda fila, è vero: davanti ci sono i Meridiani Mondadori). Io invece erno in studio: quindi mi sono alzato, sono andato in salotto, ho tirato fuori il libro e basandomi sulle precise indicazione di Srawson ho ritrovato il paragrafo che cercavo (scoprendo, come sospettavo, che la formulazione di Locke è molto più semplice e soprattutto incidentale: “se un bambino… non ha gustato un ostria o un ananas non può avere l’idea di queste leccornie”. Locke, Saggio sull’intelletto umano, UTET,…

Come muore un albero

Non ci avevo mai pensato, ma la morte di un albero è tavvero terribile. Quando la sega del boscaiolo comincia a lavorare sembra che tracci una vera ferita nel corpo del vivente che è l’albero: solo che non esce sangue, e non provoca urla e gemiti, e perciò non sembra una ferita. Ma il taglio che si vede al minuto 2″02′ è proprio una ferita, precisa e nitida come potrebbe esserlo quello da di un coltello che taglia la iugulare di un bovino. Da quel momento tutto è ineluttabile. L’albero avrà forse cent’anni (e se non li ha ci manca poco), esisteva ben prima che fosse nato l’uomo che adesso si affanna attorno a lui (l’operazione dura in tutto circa 13 minuti). Eppura l’albero non può fare nulla per difendersi: e alla fine cade giù con gran fracasso.

Pro memoria
Riflessioni / 28 Ottobre 2018

Però mi chiedo se non avessi fatto meglio a stare di più nel mondo: mi pento pubblicamente, per esempio, di essermi sempre rifiutato di “fare politica”. Io vengo da una di quelle famiglie in cui la politica è “una cosa sporca”. Adesso che vedo lo sfascio di questa società che consegnamo ai nostri figli, mi pento di non aver fatto di più all’epoca, quando forse di poteva ancora fare qualcosa (certo, lo so: il mio contributo da solo non poteva “salvare il mondo”, e viceversa il rischio di compromettersi sul piano morale era molto, molto alto). In ogni caso, adesso mi pento di non aver fatto TUTTO quello che era possibile fare. Così come mi pento di non aver vissuto abbastanza: il momento della riflessione è essenziale, ma per definizione oggettivando la vita ce ne distacca. E’ la vera “malattia mortale”: per vivere da uomini bisogna attivare la facoltà della riflessione, ma la riflessione ci stacca dalla vita. Se vivo, non sono uomo; se vivo da uomo, non vivo più. Ciascuno deve trovare il proprio equilibrio tra questi estremi: io non me la sento di dire “cosa fare”, segnalo solo lo scoglio e la secca (spero in modo chiaro) ai…

Non sprecare le risorse

Alcune osservazioni leggendo  Liker, Toyota Way, Hoepli. Cosa vuol dire “Non sprecare le risorse” nel campo dello studio? Beh, per esempio significa non sprecare il tempo; ci sono modi per fare le cose «giuste» in un tempo minore, a partire banalmente dalla digitazione sulla tastiera. Se non sai scrivere in fretta o almeno a una velocità adeguata (diciamo a una velocità tale da riuscire a seguire il flusso del pensiero di un insengnante che ti sta parlando, senza guardare continuamente la tastiera), ecco, chiaramente non puoi apprezzare il vantaggio di usare questa tecnologia. Questo significa che per prima cosa devi investire tempo in questa abilità, senza la quale non possono esserci i passaggi successivi. Procedure chiare e semplici: per esempio nella memorizzazione delle informazioni. Per tanti studenti questo è IL problema: «non riesco a ricordarmi le date», «non riesco a ricordare questo e quello». Ovviamente è un problema, ma è un problema di livello bassissimo. È sufficiente un po’ di mnemotecnica per risolverlo: se si vuole risolverlo, naturalmente. Se invece una persona pensa sempre a qualcosa d’altro e ritiene che sta sprecando tempo (cioè lasua esistenza, cioè la cosa più preziosa in assoluto, per lui), allora non lavorerà mai in…

What I was Wearing

What I was Wearing by Mary Simmerling was this: from the top a white t-shirt cotton short-sleeved and round at the neck this was tucked into a jean skirt (also cotton) ending just above the knees and belted at the top underneath all this was a white cotton bra and white underpants (though probably not a set) on my feet white tennis shoes the kind one plays tennis in and then finally silver earrings, and lip gloss. this is what i was wearing that day that night that fourth of july in 1987. you may be wondering why this matters or even how i remember every item in such detail you see i have been asked this question many times it has been called to my mind many times this question this answer these details. but my answer much awaited much anticipated seems flat somehow given the rest of the details of that night during which at some point i was raped. and i wonder what answer what details would give comfort could give comfort to you my questioners seeking comfort where there is alas no comfort to be found. if only it were so simple if only we could…

Facciamo un possibile punto sulla situazione
Contemporaneità , Riflessioni / 3 Marzo 2018

Siamo alla vigilia delle elezioni. Io credo che in momenti come questi chi ha, come me, parecchie primavere alle spalle dovrebbe condividere la propria memoria con quanti sono troppo giovani per aver vissuto certe situazioni del passato. Negli anni Ottanta la legge elettorale proporzionale aveva creato una situazione di quasi ingovernabilità. Ricordo perfettamente che dopo ogni elezione si apriva una lunghissima fase di trattative e di consultazioni, per me incomprensibile. Fu questa situazione di costante incertezza e di palpabile dubbio a spingere verso il cambiamento della legge elettorale. Poiché questa spinta non veniva certo dai partiti, fu il momento dal basso guidato da Mario Segni a portare alla modifica della legge elettorale in senso maggioritario del 1991. Io c’ero, e ricordo il desiderio di cambiamento che si percepiva nell’aria: quello che tanti, confusamente, chiedevano era di avere  la possibilità di governi stabili e possibilmente noti in breve tempo. In altre parole, tra i due assi che Norberto Nobbio indicava come essenziali per la politica (rappresentanza e governabilità: per una panoramica storica della questione, qui potete leggere la relazione alla Camera di Enzo Plumbo), l’ago si spostava verso la governabilità, senza per questo rinunciare affatto alla rappresentanza).     Fast forward. Sona…

Una riflessione sull’innovazione didattica
Pensieri quotidiani , Riflessioni , Scuola / 13 Febbraio 2018

Cari colleghi impegnati nella trasformazione, io ho la sensazione che il “Movimento” (chiamo così tutto lo “stream” di esperienze più o meno tumultuose di questi ultimi vent’anni nel campo della innovazione didattica applicata al digitale) abbia trasmesso al resto dei colleghi una impessione forrtemente negativa: puntando costantemente sulla necessità di “innovare” abbiamo fatto passare forse l’impressione che gli “altri” non insegnassero bene; e questi “altri” (che nella stragrande maggioranza dei casi sono ottimi professionisti, con vasta esperienza e capaci di insegnare molto bene) si sono sentiti più o meno inconsiamente offesi e i sono tramutati nel mro di gomma che conosciamo bene. Forse avremmo dovuto inviare un messaggio diverso: suggerire cioè che l’informatica permette di fare tutto che loro già fanno, ma di farlo meglio. Insistere cioè non sul lato di rottura, ma su quello della continuità. Il cambiamento sarebbe venuto fuori comunque, nel tempo; ma forse con meno acrimonia. Che ne pensate?

Compiti e risultati
Riflessioni , Scuola / 28 Gennaio 2018

Vorrei cercare di affrontare il problema delle competenze da un altro punto di vista. Seguendo un articolo apparso sul Sole24ore a firma Massimo Calì il 16 gennaio 2018, un testo piuttosto confuso a dire il vero, vorrei distinguere tra compito e risultato. Il compito è quello che si fa normalmente a scuola. È una consegna ben precisa per la quale esiste una sola soluzione possibile, che è quella che l’insegnante si aspetta e che lo studente deve produrre. La forma ideale di compito è il questionario a scelta multipla, che non a caso veniva una volta descritto come «Prova oggettiva»: ci misi molto tempo a capire, all’epoca, che l’aggettivo in questione non voleva dire che l’esercizio era capace di descrivere in maniera oggettiva le capacità del ragazzo, ma che non poteva essere messa in discussione da nessuno. Appena sopra il questionario a scelta multipla sta l’esercizio di grammatica, particolare di una lingua morta: l’accusativo singolare di “civis, civis” può essere solo civem. L’insegnante lo sa, vuole controllare se anche lo studente lo sa. Lo studente deve dare quella risposta e solo quella risposta. Tutto molto chiaro e semplice. La stessa cosa vale per la grammatica italiana, quella inglese, e così…

Piccole cause dai grandi effetti
Pensieri quotidiani , Riflessioni / 28 Gennaio 2018

Io sostengo una ipotesi di lavoro che va controllata ma che mi pare utile per non finire nelle geremiadi senza via d’uscita. Vale, è vero, solo per l’architettura “normale”, ossia le case in cui tutti noi viviamo. L’ipotesi è questa: le nostre città sono diventate più brutte quando sono stati approvati i regolamenti edilizi che hanno ridotto l’altezza dei plafoni a 2,70 metri, essenzialmente per motivi economici. In questo modo le facciate delle case hanno perso la loro tradizionale armonia, che nasceva dalla possibilità di avere certi particolari rapporti tra altezza e larghezza delle finestre e certi particolari rapporti tra le file delle finestre (tra di loro e con il resto della facciata). Siccome la larghezza delle finestre non può cambiare (o cambia di poco) perché è legata alla dimesnioe fisica dei corpi che le devono gestire, la riduzione dei plafoni a 2.70 ha agito solo su una dimensione delle finestre stesse, l’altezza, nonché sulla distanza tra le file stesse di finestre. Le finestre quindi sono diventate più tozze e più brutte, e così pure le facciate. Il resto è venuto di conseguenza (fate un esperimento: attraversate diametralmente Milano, anche usando street view se non siete delle nostre parti, e…